Intervista a Salvatore D’Angiò, presidente Cooperativa Sociale Ethica

Mentre infiamma il dibattito sull’accoglienza e sulle responsabilità dietro gli sbarchi nei porti nazionali degli ultimi giorni e si discute ancora sull’introduzione dello Ius soli, c’è chi l’accoglienza la fa sul territorio ogni giorno. È il caso della Cooperativa Sociale Ethica di Cassino, un’associazione nata dieci anni fa con l’obiettivo di prendersi cura dei migranti, e diventata col tempo un esempio di riferimento per i minori non accompagnati ospitati nella regione Lazio. Abbiamo raggiunto il suo presidente, Salvatore D’Angiò, e a lui abbiamo chiesto di descriverci l’impegno dell’ente e le novità più rilevanti apportate dalla legge sui minori non accompagnati approvata in Italia.

 

Dieci anni di accoglienza. Come nasce e si evolve la Cooperativa Sociale Ethica?

“La Cooperativa nasce nel 2007 sulla scorta di un’associazione di promozione sociale nata quattro anni prima con l’obiettivo di dedicarsi all’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo. Fino al 2011, ci siamo occupati solo di richiedenti asilo e rifugiati adulti. In seguito, abbiamo attivato la prima struttura dedicata esclusivamente ai minori. Ci siamo resi conto, infatti, che spesso arrivavano da noi ragazzi appena maggiorenni, in Italia già da qualche anno, ma che ancora non avevano sviluppato tutte le competenze necessarie ad un pieno percorso d’integrazione. Ragazzi che non avevano appreso la lingua, che non erano capaci di prenotare una visita medica o fare un codice fiscale. Una situazione di forte disagio che abbiamo deciso di affrontare in prima persona per dare a questi ragazzi l’opportunità di prendere in mano le proprie vite”.

 

Quali sono i vantaggi di strutture dedicate ai minori e come siete organizzati sul territorio?

“Le strutture dedicate ai minori permettono sicuramente di raggiungere risultati migliori in termini di qualità dell’accoglienza, servizi di supporto offerti e speranza d’integrazione futura. Le strutture per adulti stabiliscono un rapporto paritario con gli ospiti, un rapporto che rende più complicato l’intervento dell’associazione. Nelle strutture dedicate, invece, la disponibilità di operatori h24 e un numero limitato di presenze permette una maggiore presenza e tempestività. Oggi, gestiamo due piccole strutture, una a Cassino, inaugurata nel 2011, e una a Pontecorvo [in foto], attiva dal 2014. Diciannove posti disponibili in tutto. L’inserimento avviene direttamente dagli enti locali, nel nostro caso Roma Capitale. In realtà la capienza di partenza era di 15 posti ma una delibera regionale, che chiede alle associazioni del territorio di aumentare la capienza di un 25% per far fronte all’emergenza nazionale, ci ha portato ad aumentare il numero di posti fino agli attuali 19. Stiamo progettando di aprire a breve una terza struttura, sempre a Cassino. Si tratta di piccole comunità familiari che devono essere viste e vissute dai loro ospiti proprio come se fossero famiglie allargate”.

 

Quali sono le tipologie di ragazzi che ospitate?

“I ragazzi che ospitiamo sono per la maggior parte di nazionalità egiziana. Adolescenti dai 13 ai 18 anni. Poi gambiani, marocchini e albanesi. Ragazzi che hanno sofferto traumi molto forti, condizioni di abbandono nelle famiglie di origine che generano problemi psicologici che sono poi accentuati da un’età, di per sé già molto complicata, come l’adolescenza. Molto spesso, registro commenti duri sui minori egiziani che sono spesso additati come eccessivamente impegnativi, anche da parte di colleghi del settore. È vero che si tratta di ragazzi a volte aggressivi. Ma più di tutto, sono ragazzi spaesati che hanno bisogno di una guida e supporto in questa fase di crescita. La nostra esperienza è molto positiva. Arrivano ragazzi che mancano di competenze basilari, molte delle quali noi diamo per scontate. Come, ad esempio, leggere l’orologio, usare le posate o conoscere i mesi dell’anno. Dà molta soddisfazione vedere la loro crescita e poter testimoniare i progressi raggiunti”.

 

Quali sono le novità della legge 7 aprile n.47 dal vostro punto di vista?

“Partirei dal primo articolo della legge che specifica il suo ambito di applicazione. La legge afferma che i minori ‘sono titolari dei diritti in materia di protezione a parità di trattamento con i minori di cittadinanza italiana o dell’Unione europea’. Ovvero, la legge specifica che non si possono affrontare le questioni legate ai minori non accompagnati come se fossero individui di serie B. Ad oggi, il sistema Sprar, che accoglie il 10 per cento degli MSNA, ha carenze strutturali di finanziamento che non rendono possibile un’offerta di servizi adeguati alle protezioni e il trattamento che gli MSNA dovrebbero ricevere. La speranza è che questa legge faccia capire che, nonostante la diversa provenienza, gli MSNA hanno gli stessi diritti dei loro coetanei”.

 

A qualche mese dalla sua effettiva entrata in vigore, s’intravedono dei cambiamenti nella gestione delle problematiche legate ai minori non accompagnati?

“Registriamo una maggiore attenzione da parte del Tribunale dei Minori. Da operatore sociale, osservo che il minore italiano ha a disposizione una rete protettiva più forte rispetto a chi arriva senza una famiglia alle spalle. Lo stesso minore allontanato dal nucleo familiare, su decisione del giudice, ha comunque la sua famiglia di origine. Una famiglia che, in molti casi, controlla l’evolversi della situazione. E, magari, può intervenire nel caso in cui l’associazione o la famiglia dove il minore è stato collocato non faccia appieno il proprio dovere. Diversa è la situazione del minore non accompagnato. Che spesso risulta abbandonato a se stesso. I servizi sociali collocano i minori nelle strutture disponibili a livello locale. E quando queste non hanno più posti, si trovano delle sistemazioni anche in Regioni diverse e a centinaia di km di distanza. Molto spesso, i servizi sociali non hanno abbastanza personale per poter seguire questi ragazzi come si dovrebbe. Ad esempio, diventa difficile visitare questi ragazzi più di una volta all’anno. Sono queste carenze che possono poi generare i disastri e gli scandali che leggiamo sui giornali. Con ragazzi parcheggiati in strutture, spesso sovraffollate, dove non viene avviato nessun tipo di percorso d’integrazione e con uno spreco inutile di risorse pubbliche. Dopo l’introduzione della legge, la Procura chiede una relazione semestrale sullo stato del singolo minore che include un insieme standard di informazioni. È solo l’inizio, si può fare certamente di più, ma è un modo positivo per affrontare la problematica”.

 

Cosa cambia con l’istituzione della tutela volontaria?

“Il punto è esercitare correttamente l’iniziativa. Può essere uno strumento molto utile se chi lo pensa stabilisce le risorse necessarie, economiche e non, per far sì che funzioni. Allo stesso tempo, bisogna assicurarsi che lo strumento sia usato e non finisca nel vuoto. Se i tutori volontari possono davvero seguire un percorso di preparazione, rappresenteranno un livello ulteriore di controllo e supporto. A riguardo, sono già partiti corsi di formazione per creare un pool di tutori volontari adeguatamente preparati”.

 

La legge tenta di superare la logica della mera accoglienza per incentivare una progettualità più votata all’integrazione a lungo termine. Cosa fa Cooperativa Sociale Ethica a riguardo?

“Come cooperativa, abbiamo sviluppato il progetto Mylifeproject (www.mylifeproject.it). Una piattaforma informatica, disponibile tramite una app scaricabile su Apple Store e Google Play, che unisce la struttura, il minore e il tutore. Un progetto reso possibile grazie ad un finanziamento regionale di 30mila euro. Sullo smartphone, il minore ha accesso ai suoi documenti, tutte le informazioni sul suo percorso, la scuola, tutti i dati sanitari, gli accordi stipulati, ecc. Rappresenta un’opportunità per il minore, che così diventa protagonista del suo percorso, e per il tutore che così ha un accesso immediato e reale alle informazioni che riguardano il suo assistito. L’app permette di rendere più trasparenti alcuni rapporti che oggi possono presentare delle opacità. Ad esempio, permette al minore di avvertire il tutore nel caso in cui manchino informazioni sul suo conto o se informazioni presenti nel database sono errate e incomplete. Siamo in una fase sperimentale del progetto. Nella messa a punto dell’applicazione, abbiamo lavorato a fianco del Garante della privacy, trattandosi di informazioni delicate e riservate. Appena provata la sua funzionalità, il sistema diventerà accessibile a tutti gratuitamente”.

 

Quali sono le altre attività che si sono dimostrate efficaci nel favorire l’integrazione dei minori?

“Sicuramente i tirocini professionali formativi. Non sono facili da trovare, anche perché non sempre abbiamo ragazzi adatti a ciò che le aziende richiedono. E siamo molto attenti a scegliere, perché un tirocinio andato male produce un danno importante, per il ragazzo, che dovrà trovare un nuovo tirocinio e iniziare daccapo, e per l’azienda, che avrà un’esperienza negativa e perderà fiducia nel progetto stesso. Le cose sono molto migliorate negli ultimi anni. Dieci ragazzi ospitati da noi sono rimasti nel territorio perché assunti presso l’azienda dove avevano svolto un tirocinio. Ciò che noi riusciamo ad offrire ha un valore aggiunto rispetto a ciò che questi ragazzi potrebbero trovare da soli nel mondo del lavoro. Sono tirocini presso aziende italiane, che solo per il fatto di essere italiane garantiscono una migliore opportunità d’integrazione. E poi, ciò rappresenta un’opportunità per le aziende stesse che hanno così accesso a risorse umane ad un costo più basso (l’azienda paga solo i rimborsi dei ragazzi)”.

 

La nuova legge spinge per la tutela familiare come forma di accoglienza prioritaria. Quali sono le vostre valutazioni a riguardo?

“Ho sempre affermato che le famiglie, in termini di accoglienza, rappresentano una soluzione migliore rispetto alle strutture. E dico questo nell’interesse esclusivo dei ragazzi. Vivere in una famiglia significa vivere con italiani che garantiscono, dall’apprendimento della lingua in poi, maggiori possibilità d’integrazione. I due ambienti non sono minimamente paragonabili. Il grande ostacolo però è formare queste famiglie, per far in modo che questa accoglienza non si sostituisca o venga confusa con qualcos’altro: ad esempio, un bisogno personalistico di avere figli. Accogliere un minore non accompagnato ed adottare un figlio non sono la stessa cosa. Si possono creare così aspettative destinate ad essere nel tempo disattese. Per questo, in genere, sarebbe sempre meglio formare famiglie cha hanno già figli e che capiscono e sono coscienti delle problematiche che potrebbero incontrare nel tempo”.

 

Uno dei fenomeni più discussi in tema di MSNA, sono le migliaia di ragazzi che ogni anno si rendono irreperibili. Cosa osservate sul territorio?

“Il fenomeno esiste. Però è anche vero che spesso viene acuito da un’inefficace sistema informativo. Ci è capitato di ospitare minori che risultavano irreperibili in più di una Questura. Questo succede perché il minore che sbarca in Sicilia e scappa, ad esempio, viene segnalato nella Questura dove avviene la fuga come irreperibile. Poi, lo stesso minore, arriva a Roma Termini dove viene preso in custodia dalla Polfer che lo colloca in una struttura di Roma Capitale. Basterebbe che questo secondo ente verifichi se è stata aperta una procedura d’irreperibilità. Ma spesso ciò non avviene. Non dico che tutti i 6000 casi registrati l’anno passato facciano parte di questa casistica, ma una buona percentuale di essi si perde nelle maglie della burocrazia. Poco tempo fa, abbiamo ospitato un ragazzo che è stato operato per risolvere una disabilità motoria. Quando abbiamo dovuto richiedere la firma del tutore per ottenere il consenso all’operazione, ci siamo resi conto che il tutore non era a conoscenza che il ragazzo si trovasse nel Lazio, in una nostra struttura. Solo dopo la nostra richiesta, il tutore ha comunicato alla Questura di riferimento che il minore non era più irreperibile”.

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