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Occhi d’Africa

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Dal 1 al 15 luglio a Roma si terrà mostra fotografica dal titolo “Occhi d’Africa” con immagini di Piero Narilli, da lui raccolte in occasione di una serie di missioni umanitarie alle quali ha partecipato come chirurgo.

Abbiamo conosciuto Piero Narilli, chirurgo di vasta esperienza professionale e ricco curriculum didattico –scientifico (è professore di chirurgia alla Scuola di Specializzazione dell’Università “Sapienza”  e Primario della Divisione di Chirurgia della Clinica “Nuova Itor” di Roma) ed è subito stato evidente il suo impegno sociale.

Partecipa, infatti, da anni a missioni umanitarie, fornendo il suo contributo professionale in disagiati ospedali africani. Ha sempre creduto nel potere delle immagini e le recenti missioni nel Mali, sostenute dalle Forze Armate italiane, dall’AFMAL (Associazione Fatebenefratelli Malati Lontani) e l’ultima  ed impegnativa nel nord  dell’Uganda sostenuta anche dalla fondazione AVSI hanno fornito l’occasione per raccogliere immagini per il  reportage fotografico in mostra a Palazzo Valentini.

Abbiamo chiacchierato un po’ e gli abbiamo chiesto di raccontarci del suo impegno e di come sia arrivato a tale coinvolgimento sociale.

“Caso ha voluto che io abbia visto la luce in una fortunata parte del mondo: mi  poteva andare molto peggio. Ci sono Paesi come quelli dell’Africa sub sahariana dove la vita media è poco più di 40 anni, dove la mortalità neonatale è elevatissima dove il reddito medio è pochi decine di euro all’anno e dove la zanzara fa ancora migliaia e migliaia di morti.

La conseguenza di ciò è che abbiamo una insormontabile difficoltà a comprendere fino in fondo realtà diverse dove, per uno crudele gioco del destino, e non solo, vivono milioni di persone in lotta per la sopravvivenza.

Ancora più difficile per chi, come chirurgo, ha passato una vita in sale operatorie dove la tecnologia impera, le apparecchiature diagnostiche e terapeutiche sono aggiornatissime, il materiale è sempre di più “usa e getta”, sempre nuovo, rigorosamente sterile, non riutilizzabile. Impensabile immaginare  di poter lavorare in un ospedale senza TAC, senza ecografo, senza aria condizionata quando fuori la temperatura supera 40  gradi….

Il  terzo millennio mi ha visto retrocedere come in una meravigliosa macchina del tempo in uno scenario inaspettato e in un certo senso magico, facendomi riappropriare del ruolo di medico, abbandonando timbri, richieste, autorizzazioni, leggi e leggine sul valore economico di ogni mio gesto terapeutico.
Così accadde che conobbi nell’autunno del 2007 il generale Carboni artefice insieme ai “frati “ del Fatebenefratelli di una missione umanitaria che datava da qualche anno e che avevano chiamato  “Ridare la luce”.

L’obiettivo era quello di eseguire nel Mali, in Africa, interventi chirurgici di cataratta per ridare la vista a quel 70 % di popolazione che per motivi ambientali e genetici è afflitto da questa malattia.

Il progetto prevedeva il trasporto di uomini e mezzi su aerei messi a disposizione dall’Aeronautica Militare e dalla Alenia Aeronautica. Feci la proposta di valutare  la possibilità di inserire in “Ridare la Luce” un programma chirurgico che inaspettatamente non fu scartata, anzi poi accolta.

Mi trovai così imbarcato in un rumorosissimo C130 su un sedile di nastri rossi intrecciati e i tappi nelle orecchie. Dopo ore e ore di viaggio in aerei militari “sonorizzati” al punto che l’unica forma di linguaggio possibile è con i gesti delle mani e con le espressioni del viso, si scaricano le tonnellate di materiale di aiuti umanitari, di apparecchiature sanitarie, di mezzi di sostentamento, di acqua in bottiglia, di spaghetti, di spray antizanzare e si affronta l’ultimo tratto di strada sterrata che, dopo un lungo ulteriore tragitto, ci fa finalmente raggiungere la nostra meta.

Il premio che ci fa dimenticare immediatamente i disagi affrontati fino a quel momento è la straordinaria, toccante e imbarazzante accoglienza che la gente del posto ci offre al nostro arrivo. Quello che ci circonda, ovunque si volga il nostro il sguardo, è un paesaggio magico fatto di realtà semplici, di poche cose essenziali, dove le strade, interminabili la sera quando stanchi si torna a casa con sulla testa un peso da portare, sono di polvere o, quando è la stagione delle piogge, di melma e fango.

Il contrasto è violento quando si guarda il Niger che indisturbato solca quella terra senza rendersi conto che senza di lui tutto intorno non potrebbe essere neanche quel poco che è. E quindi, come sempre, va a dormire tranquillo, la sera, al tramonto.

Le donne lavorano molto, si occupano della cucina, dell’acqua ovunque sia, della preparazione del pane dalla raccolta alla macina del grano, dei figli qualunque sia il loro numero. Portano sulla testa pesi impensabili:  taniche di chili e chili, panni ancora zuppi d’acqua di fiume, cataste di legna da ardere camminando a passi lenti per chilometri e chilometri.

Le vedi spesso, a gruppi, sulla riva del fiume dove è nato, nel tempo, un piccolo agglomerato di case di fango e paglia: lì è un punto di incontro, l’unico forse, per socializzare, per far giocare i bambini quando la scuola è troppo lontana e l’asilo è lì, in quei metri di sponda dove il Niger gira più lento.

Il fiume è vita. E’ facile qui immaginare la nascita e lo sviluppo delle grandi civiltà del passato: si riesce  a comprendere senza difficoltà quanto sia indispensabile raggiungere l’altra sponda e come sia preziosa una piroga di 4 assi lavorate e catramate a mano. Dall’altra parte del fiume c’è il mercato, dall’altra parte del fiume c’è l’ospedale. Il costo dell’attraversamento è elevato e per raggiungere l’altra riva occorre l’equivalente di un euro e pochi se lo possono permettere. Accade allora che le malattie rimangono senza cura e il fiume diventa morte.

Liberando un cieco dalla presenza di una cataratta che progressivamente ti annebbia  la vista fino a togliertela del tutto permette anche di liberare tanti bambini che vengono utilizzati, sacrificando la loro adolescenza e la loro scolarità, per guidare gli anziani non vedenti. Il programma Ridare la Luce voluto e sostenuto da Aeronautica Militare, Alenia Aeronautica e AFMAL ha consentito, negli anni, di effettuare centinaia e centinaia di interventi chirurgici risolutivi per ridare la vista non solo ad adulti ma anche a tanti bambini che per ragioni ambientali e predisposizioni genetiche o non hanno mai avuto o perdono presto il dono della vista.

Per raggiungere l’ospedale il viaggio è lungo e costoso e talvolta non è possibile lasciare la famiglia o, al contrario, la famiglia non vuole lasciare da solo il proprio caro.
E allora tutti insieme partono e rimangono all’interno delle mura dell’ospedale: il malato ricoverato in reparto e la famiglia ai piedi di un albero con poche cose per sopravvivere. Un pentolino, un fornello, qualche telo per giaciglio, le due caprette che da sole neanche loro potevano stare. E lì si aspetta per tornare tutti insieme a casa. La sanità si paga: in un Paese povero lo stato non si può permettere una assistenza gratuita. Si devono comprare le medicine per l’anestesia generale, quelle per l’intervento chirurgico, così come gli antibiotici e tutto il resto. Così come si paga l’intervento chirurgico che, se non è molto impegnativo costa circa l’equivalente di una capretta rivenduta in tutta fretta al mercato.

Si comprende facilmente allora come quella che chiamano medicina tradizionale, ovvero quella dello stregone-guaritore, trovi spazio promettendo guarigioni improbabili in cambio di una gallina se il caso è particolarmente difficile.
In questi paesi la gestione della sanità per i governi e le amministrazioni locali impone di rispettare un equilibrio delicato dettato dalla assenza di una sanità pubblica gratuita.

Ogni variazione può determinare uno spostamento che può alterare il rapporto di fiducia tra il cittadino-malato e l’ospedale. Si capisce allora perché nell’Ospedale di Mopti non fu accettata la proposta effettuare di uno screening sul tumore della mammella nel quale erano previste visite gratuite e mammografia a nostre spese: avrebbe creato un precedente pericoloso ed insostenibile che l’amministrazione non avrebbe potuto affrontare dopo la nostra partenza. O quando nel Mali conclusa la missione, dopo aver effettuato numerosi interventi chirurgici sono stato convocato dal direttore dell’ospedale dove  mi è stato presentato il conto da pagare per l’utilizzo delle sale operatorie.

La notizia dell’arrivo dei medici italiani si diffonde rapidamente pre annunciata in genere qualche giorno prima dalle radio locali e dal passaparola. Al mattino, presto, erano già lì ad aspettarci, in tanti, con visi sofferenti che contrastavano con quei meravigliosi colori africani che circondavano i corpi snelli.

In Uganda le richieste di sostegno in alcuni campi specialistici, medici e chirurgici,  dell’Ospedale Saint Joseph di Kitgum, dove l’organizzazione non governativa AVSI è presente con successo da anni, hanno avuto immediata risposta. La missione “4 stelle per l’Uganda“ alla quale hanno partecipato Forze Armate e volontari della clinica Nuova Itor di Roma ha in circa 10 giorni di attività effettuato più di cento interventi chirurgici, 230 endoscopie digestive, centinaia di visite ginecologiche ed ostetriche, ecografie, colposcopie e visite ortopediche e più di 500 analisi microscopiche e test di laboratorio.

Nel Mali l’anno precedente abbiamo raggiunto villaggi lontani sulle sponde del Niger galleggiando incerti su una imbarcazione  che per l’abbigliamento in “mimetica” sembrava traboccante di marines in assetto di guerra piuttosto che la realizzazione di un programma di assistenza sanitaria.
Profondamente convinti che “è meglio insegnare a pescare piuttosto che portare i pesci “, abbiamo dedicato grande parte della nostra attività quotidiana ad un programma di prevenzione e di formazione: alla nostra partenza l’ospedale era in grado di offrire una diagnosi endoscopica di base, possedeva un’accresciuta esperienza in ecografia, conosceva nuove tecniche chirurgiche e clinico-diagnostiche ed era in grado di fornire un primo soccorso cardio-polmonare di base.

I bambini qui sono più soli. Li vedi spesso che vagano con uno sguardo incerto alla ricerca di chissa’ che. Quelli che riescono a  farsi coraggio ti affrontano e ti chiedono “cadeaux,cadeaux! “.

Non ti chiedono soldi. Si illuminano se gli dai una penna, un quaderno o una caramella che a volte devi scartare tu perché non lo sanno fare.  Poi si girano e li osservi mentre si allontanano con un pentolino sulle spalle, un sacchetto mezzo vuoto, una ciotola di plastica e il tuo quaderno che rimarrà bianco con le righe vuote.

I giocattoli se li fanno da soli con le buste di plastica arrotolate per giocare a calcio, con qualche pezzo di legno che diventa un camion, con un copertone di bicicletta che diventa un cerchio di cristallo colorato da far correre per ore. A volte te li vedi correre incontro festosi, ti sorridono subito agitando in alto le mani in segno di gioia senza aspettare il tuo di sorriso. A volte ti stupiscono  per la loro semplicità: si accorgono all’improvviso del nostro passaggio e in un attimo, schizzando via nudi dall’acqua del fiume, ti  vengono incontro ridendo. Altre volte invece i ruoli si invertono e te li trovi davanti che stanno lì a guardarti fisso: il viso volutamente immobile, le braccia lungo il corpo disarmate e, dentro gli occhi, niente. Se non sei pronto a regalare quel sorriso che ti stavano chiedendo, in un attimo ti girano le spalle e scappano via lasciandoti un po’ d’amarezza.

I bambini di Kitgum, i bambini di Gao così come tutti i bambini del mondo giocano nello stesso modo, usano lo stesso linguaggio, gli stessi gesti. E’ innato in loro il desiderio di socializzare, di unirsi in gruppi, di dividere avventure, vittorie e sconfitte. L’imitazione dei  “grandi “, il gioco della guerra. Quando sarà il momento della loro vera battaglia non sanno ancora che le uniche armi a loro disposizione saranno quelle fornite da un programma di formazione culturale e di educazione scolastica. Sta però finalmente crescendo negli adulti la consapevolezza che il futuro migliore sarà frutto della conoscenza: non è più così raro trovare genitori che sono disposti a fare enormi sacrifici economici, perché qui anche la scuola costa cara, per farli studiare.

Un ruolo, parallelo e non secondario a quello dell’istruzione scolastica, è quello dell’educazione religiosa che contribuisce in modo sensibile a trasmettere quei principi di unità e di uguaglianza che sono comuni, nell’essenza a qualsiasi credo. La partecipazione dei fedeli ai richiami della religione è, in questi paesi, particolare e desta ammirazione. E’ toccante nella Chiesa di Kitgum assistere alla messa della domenica dove alternandosi a momenti di profondo raccoglimento ti avvolge, accompagnata dal canto di tanti, una musica ritmata da strumenti tribali Oppure pensare che a Djennè, nel Mali, dopo la stagione delle piogge quando la più grande Moschea del mondo, patrimonio dell’umanità, fatta di fango e paglia si liquefà, migliaia e migliaia di credenti in pellegrinaggio ogni anno la ricostruiscono come era prima.

E poi si torna. Si guarda la zanzariera montata sul letto, un po’ di cose si rimettono in valigia, molte si lasciano lì come ultimo atto che ha anche il significato di prolungare qualche giorno ancora la nostra presenza.

E le riflessioni di rito mentre si vola su un sedile di nastri rossi intrecciati e tappi nelle orecchie. Ci si interroga, si cerca una risposta. ”Che faranno ora?…riusciranno a fare da soli quell’intervento che gli ho insegnato ?…non ce la faremo mai  a realizzare quel programma di telemedicina.. abbiamo solo portato una goccia nel mare … ma…..ma quando si riparte?

Piero Narilli

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