Interviste

Piattaforma Infanzia intervista Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre Onlus

Data: 24 Maggio 2017

100mila bambini con genitori detenuti in Italia, 2 milioni in Europa, 25 milioni nel mondo. Sono queste le cifre di un fenomeno che mette sotto pressione i nostri sistemi sociali e la loro capacità di rigenerarsi oltre che a compromettere il futuro di bambini che si trovano a vivere situazioni difficili senza averne alcuna colpa. Fragilità che rischiano di trasformarsi, se non debitamente accompagnate e supportate, in vere e proprie ‘tragedie’ sociali. Il tema è stato dibattuto venerdì scorso a Napoli, in occasione della Conferenza internazionale “Figli di genitori detenuti”, organizzata da Bambinisenzasbarre Onlus e dal network pan-europeo Children of Prisoners Europe (COPE). Abbiamo discusso dell’importanza della conferenza e l’impegno di Bambinisenzasbarre, con la sua Presidente, Lia Sacerdote.

 

Perché una conferenza internazionale. Quale il valore e le funzioni dell’appuntamento?

“Il respiro europeo e internazionale delle nostre iniziative è un aspetto fondamentale e qualificante del nostro lavoro. Lo è stato sin dagli inizi. Noi stessi, come Bambinisenzasbarre, siamo nati con una conferenza internazionale organizzata con il Cope nel 2001 (all’epoca Eurochips). E da allora, ha rappresentato, per noi, un vero e proprio modello di lavoro. Nel 2001, anno di costituzione dell’associazione, questo tema e le problematiche ad esso legate erano pressoché sconosciute. La collaborazione con il network francese, che aveva già un’esperienza di attivismo ben radicata, ci ha permesso di strutturarci e consolidare la nostra presenza. Inoltre, con il tempo, siamo riusciti a sviluppare, e questa conferenza ne è in qualche modo la sintesi, una serie di pratiche e di interventi che rispondono, nello specifico, alla situazione e alle esigenze del sistema penitenziario italiano. Le problematiche connesse ai bambini che hanno genitori detenuti sono molto diverse tra i Paesi. In Francia, ad esempio, un problema molto importante è quello dell’accesso al carcere per i bambini, dovuto alla minore diffusione degli istituti penitenziari sul territorio che rende le visite ai genitori molto complicate, in quanto molto spesso questi istituti si trovano a centinaia di chilometri di distanza dalle residenze dei piccoli. In Italia, questo è un aspetto poco rilevante. Perciò ci siamo concentrati, tra le altre cose, sull’accoglienza in carcere dei bambini e il tentativo di rendere questo percorso il meno traumatico possibile”.

 

Ci può parlare dell’impegno di Bambinisenzasbarre. In quali carceri è impegnata. Quali servizi offre?

“Bambini senza sbarre è nata a Milano. Offre servizi di accoglienza rivolti ai bambini e le loro famiglie all’interno delle carceri italiane (primo intervento di accoglienza penitenziaria fu realizzato nel 2002 a San Vittore) oltre che ad un’attività nazionale ed europea di advocacy per la sensibilizzazione di tutti gli attori che ruotano intorno ai bambini e le famiglie che vivono quest’esperienza. Oggi, oltre che a Milano, siamo presenti a Bollate, Bergamo e Lecco, la casa circondariale Gozzini a Firenze, a Secondigliano, a Napoli (spazio inaugurato lo scorso giugno), e speriamo di avviare molto presto i nostri interventi negli istituti di Bari, Brindisi e Catania. Ci occupiamo anche di formazione degli operatori penitenziari. Fino ad oggi, abbiamo formato, in collaborazione con l’Università Bicocca di Milano, oltre 250 operatori nella sola Lombardia e stiamo lavorando attivamente all’introduzione di un progetto di formazione nazionale (con sedi ancora da definire) dove sviluppare ulteriormente e dare agli agenti le conoscenze necessarie per un impegno così delicato”.

 

Come funzionano i vostri interventi negli istituti penitenziari?

“Bambinisenzasbarre lavora con gli istituti penitenziari per creare spazi interni abitati dalle famiglie. Fino a pochi anni fa, nel migliore dei casi, gli istituti offrivano solo spazi oasi, ovvero spazi separati e in qualche modo ghettizzanti, dove i bambini potevano incontrare i propri genitori. Noi siamo contrari a questa idea. Pensiamo che l’accoglienza in carcere debba iniziare all’entrata dell’istituto stesso. È lì che il bambino ha il primo impatto con la realtà carceraria. È lì che il bambino inizia a farsi le prime domande. Ed è lì che devono trovare qualcosa specificamente rivolto a loro. Chiediamo agli istituti, uno spazio d’impatto, aperto, dove il bambino possa vedere il proprio genitore. In quest’ottica, abbiamo introdotto il Modello Spazio Giallo e il percorso Trovopapà che accolgono il bambino nel momento stesso in cui varca la soglia del carcere, subito dopo la “spoliazione” dagli effetti personali. Il percorso Trovopapà e il Punto Giallo regalano, alle famiglie, i bambini e gli operatori della struttura, l’opportunità di entrare in contatto tra di loro in uno spazio integrato, socio-educativo, dove il bambino inizia la preparazione all’incontro con il genitore e decanta le conseguenze emotive della successiva separazione. Qui sono i dettagli a fare la differenza, in un percorso che può facilmente risultare traumatico per i bambini. Già il solo sorridere da parte degli operatori penitenziari, o l’abbassarsi all’altezza del bambino per interloquire con lui, invece di stabilire un rapporto distaccato, dall’alto verso il basso, può fare la differenza”.

 

Ancora resiste l’idea che esporre il minore al carcere sia un’esperienza negativa che dovrebbe essere limitata o prevenuta. Cosa può dire a riguardo?

“Siamo in profondo disaccordo con tale idea e tutto il nostro lavoro va nella direzione contraria. L’esperienza all’interno del carcere può essere traumatica, ma con i dovuti accorgimenti può anche non esserlo. Il dispositivo fondamentale è il mantenimento della relazione. Il primo paradosso che i bambini devono affrontare è la conoscenza del carcere. Solo così possono poi fare, nella loro vita adulta, una scelta diversa. Oggi, il 30% dei bambini che hanno un genitore in carcere finisce per avere lo stesso destino. Un bambino deve entrare in carcere per viverlo. È controproducente separare un bambino dal padre che è in carcere. È una sorta di mitizzazione di un defunto. Solo il contatto fisico, diretto e continuo nel tempo, può liberare psichicamente la mente del bambino”.

 

Tra le conquiste più importanti di questi ultimi anni, ha un posto di rilievo il Protocollo d’intesa – Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti – approvato nel 2014 e da poco rinnovato. Quali sono le novità del protocollo? Quali gli sviluppi futuri?

“Il Protocollo italiano, firmato da Bambinisenzasbarre, Ministro della Giustizia e Autorità Nazionale Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza, è un documento unico in Europa che impegna il sistema penitenziario del nostro Paese a confrontarsi con la presenza quotidiana del bambino in carcere, se pure periodica, e con il peso che la detenzione del proprio genitore comporta. La novità del protocollo è quella di mettere insieme gli attori coinvolti, operatori sociali, penitenziari, giudiziari e famiglie insieme. È stato, da pochi mesi (6 settembre 2016), rinnovato con il Governo per altri due anni. L’auspicio è che venga applicato il più possibile. Il protocollo accoglie i dettami principali di tutte le Convenzioni dei diritti umani e sull’infanzia e rende possibile coniugare i diritti dei grandi con quelli dei bambini. È un protocollo che è stato preso ad esempio a livello europeo. Come sottolineava il Sottosegretario Migliore, durante il suo intervento, con questo protocollo, non è l’Europa a chiedere qualcosa all’Italia, ma è l’Italia che è all’avanguardia e richiede l’intervento europeo su queste tematiche. Il Cope lo ha assunto come strumento per spingere i singoli Paesi ad approntare norme ad hoc per migliorare il sistema penitenziario. Quest’anno abbiamo ottenuto un grosso risultato. L’Intergruppo per i diritti dei minori del Parlamento Europeo lo ha assunto autonomamente e lo ha presentato all’Europarlamento con una Written Declaration con l’obiettivo di convincere la Commissione europea a fare del Protocollo d’intesa sulla tutela dei figli dei detenuti una best practice istituzionale a livello continentale. Il risultato dell’azione combinata degli Europarlamentari e di Bambinisenzasbarre è la risposta formale alla Written Declaration da parte del Commissario Europea alla Giustizia, Vera Jourova, dove si invitano i Paesi UE  a prendere provvedimenti e misure simili alla Carta firmato in Italia”.

 

Ci sono progressi nel nostro sistema penitenziario? A che punto è l’attuazione del protocollo?

“Come accennato, solo pochi anni fa, nessuno parlava di questi temi e le problematiche, ad essi collegati, passavano inosservate. Oggi molto è cambiato e, al di là di una coscienza sempre più marcata dell’importanza del fenomeno, diversi istituti penitenziari offrono oggi spazi dove si può realizzare l’interazione, bambino-famiglia-agente penitenziario. I dati, come indicato durante i lavori della conferenza, dicono che oggi 177 istituti offrono spazi appositamente dedicati ai bambini e 18 ulteriori sono in allestimento; erano 130 istituti solo nel 2015. C’è stato un aumento delle ludoteche attrezzate. Le ludoteche, erano presenti nell’aprile del 2015 in 58 istituti; sono ora 70 e 10 sono in allestimento; le aree verdi attrezzate per i colloqui all’aperto sono oggi 99, di cui 35 destinate ai soli minori. Circa il 23% dei colloqui in carcere avvengono con minori, si può capire benissimo l’impatto che queste misure hanno sulla qualità e il benessere del nucleo famigliare e del bambino in particolare” (di Pierpaolo CAPALBO).

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