L'Opinione
30 Aprile 2015

Annamaria Palmieri – Le politiche per l’infanzia e i piccoli portatori di interessi generali

“Su quali siano le linee di indirizzo che le amministrazioni pubbliche dovrebbero seguire in termini di politiche per l’infanzia e l’adolescenza, ritengo che la prima battaglia da approntare sia la lotta alle disuguaglianze. Un tema che ci attraversa longitudinalmente e trasversalmente: disuguaglianze che, a causa di minori ai limiti della povertà, separano città più ricche e città più povere, dal nord al centro al sud; contestualmente, all’interno delle stesse città, come ad esempio in una grande realtà, in una città metropolitana com’è Napoli, possiamo avere bambini viventi l’uno di fronte all’altro, su marciapiedi opposti, in condizioni di disuguaglianza totale e radicale, poichè di natura culturale e socioeconomica. Il primo tema, dunque, è che non c’è politica per l’infanzia che possa prescindere dalla lotta alle disuguaglianze. E per lottare contro le disuguaglianze c’è la necessità di considerare i bambini non il futuro di una nazione – è un’espressione che rifiuto – bensì il presente: vivono hic et nunc e non vanno considerati come un vaso da colmare, una tabula rasa, piuttosto sono piccoli cittadini consapevoli o, quando ciò non si realizza, è vero che la cittadinanza attiva dei bambini può partecipare a migliorare il mondo degli adulti.

Ecco, le due linee di indirizzo che seguirei e che seguo nel fare politica per l’infanzia sono, da un lato, il superamento dei dislivelli di partenza che i minori vivono a partire dai contesti in cui sono radicati e dei quali certamente non possono essere ritenuti responsabili; dall’altro, la necessità di costruire negli adulti la consapevolezza di quanto sia importante la partecipazione attiva dei bambini alle decisioni – sembrerebbe esagerato, ma non lo è – del policymaker. Esempio eclatante è il rapporto che in metropoli complesse possiamo stabilire con gli spazi urbani. Esiste da tempo in Italia una rete di città educative che hanno ripensato i propri spazi proprio in funzione dell’infanzia. Questo non significa mitizzare la presenza di luoghi specifici nè tantomeno la rivisitazione dei soli spazi scolastici, bensì anzitutto la capacità di pensarsi ampiamente città ideale per l’infanzia, per poi estendere tale coscienza e sensibilità ben oltre, verso le politiche di sostenibilità ambientale ad esempio, campo nel quale si potrebbero, si dovrebbero incontrare tantissimi ragazzi in bicicletta.

In tutte le scuole che ho visitato e che visito, ho sempre detto ai bambini, simulando che fossero piccoli consiglieri comunali o piccoli sindaci, di esprimere i loro desideri, anche inerenti la città. E a fine incontro, la voglia di fare sindaco uno di quei piccoli, se non l’intera platea scolastica, è sempre fortissima, perchè le scelte che i bambini farebbero su una città sono particolarmente interessanti. Questo perchè il punto di vista dei bambini non è snaturato dall’appartenenza ad una categoria, inteso che l’infanzia non è una categoria; se chiediamo ad un professionista un parere, è chiaro che ci riferirà qualcosa di necessario e utile quanto meno alla propria categoria; se invece lo chiediamo ad un bambino, egli ci parlerà come un portatore di interessi generali. Se ad esempio gli chiedessimo di progettare un parco, il bimbo ci direbbe che ci vuole l’altalena per sè, il campetto per stare con gli amici, ma anche la pista per le bocce, perchè nel parco ci va con il nonno; e poi il nonno che mi porta al parco che fa mentre gioco? Questo è un esempio semplice per rappresentare quanto l’ascolto attento delle voci dell’infanzia sia fondamentale per istruire le scelte politiche. E non lo si è mai fatto sul serio, perchè l’ascolto dei cittadini viene svolto partendo dal presupposto che i cittadini sono elettori. Bene, i bambini e gli adolescenti non sono ancora elettori ma, come detto, sono portatori di interessi generali e, soprattutto, possono modificare i comportamenti sviati o i disvalori dei propri adulti. Questa credo che sia la strada sulla quale muoversi a livello microlocale, territoriale, regionale, nazionale ed oltre.

Altro aspetto che ritengo fondamentale per le future politiche dell’infanzia è la perequazione dei diritti. I diritti non devono essere privilegi ed io sono una forte sostenitrice della titolarità pubblica di temi quali la scuola e l’istruzione, affinchè il coordinamento pubblico anche di tutte le azioni educative collaterali non ci faccia dimenticare che i diritti di cittadinanza non sono diritti negoziabili. L’istruzione non è un diritto negoziabile, in nessun luogo lo dev’essere; e non può mai crearsi una situazione in cui su un territorio non ci sia la scuola, pubblica e gratuita, nè che manchino i servizi alla scuola messi a disposizione anche di chi non ha i mezzi. Ma a seguito della spending review, ad esempio, tutti i cosiddetti servizi a domanda, non considerati essenziali, sono stati ridotti in buona parte dei Comuni italiani. Aumento dei costi della refezione scolastica, aumento dei costi degli asili nido e tanto altro. Nel mio Comune non abbiamo voluto questo, anche talvolta sfidando i blocchi, le limitazioni, i vincoli, ma noi crediamo che i vincoli non possano sopravanzare i diritti. Questa logica è l’unico modo per affrontare seriamente, a mio avviso, le politiche dell’infanzia.

Ogni qualvolta in cui mettiamo a rischio un intervento destinato all’infanzia – libri gratuiti, refezione scolastica agevolata, inclusione scolastica dei migranti stranieri – non stiamo facendo delle serie politiche a riguardo. La ragione economica non può venire prima delle ragioni dell’infanzia; piuttosto devono essere costruiti diritti dove non ci sono, in primo luogo al sud. Un esempio su tutti è l’estrema povertà di servizi 0-36 nel meridione. I comuni del sud, anche per una serie di ragioni antropologiche e sociali, non hanno molto spesso la cultura del nido, una cultura del bambino portato a 6 mesi nel nido, però è anche vero che non ci sono strutture necessarie. Quindi se l’Europa, con le sue Raccomandazioni per l’infanzia, ci chiede di aumentare l’offerta di nidi e di servizi 0-36, lo fa perchè sa che prima i bambini entrano in strutture educative e prima la loro possibilità di diventare cittadini attivi, partecipi, critici, consapevoli aumenta in proporzione. Ci sono studi noti e seri che confermano questa dinamica, laddove il contesto educativo ben frequentato funziona esattamente come un propulsore di successo. Se l’Europa ci raccomanda questo, dunque, dobbiamo confrontare tuttavia la consistenza dell’offerta con quella della domanda, scoprendo indici sconfortanti, è vero, ma i tetti di spesa, ripeto, non possono e non devono toccare questi temi. Ed è ciò che ho cercato di imporre anche in sede di Osservatorio Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza di cui faccio parte come delegata Sud dell’ANCI, spiegando che i Comuni sono stati soggetti a così tanti tagli e vincoli che si sono ritrovati nella difficoltà di mantenere, i più ricchi, i servizi che avevano, mentre i più poveri proprio di metterli in piedi. E queste difficoltà portano ad un livellamento delle città, dei contesti, sul filo della medesima disperazione.

Tutti i servizi per l’infanzia e l’adolescenza, in definitiva, ritengo che debbano essere estrapolati dalle leggi di stabilità finanziaria, non possono essere considerati servizi a domanda, non devono essere sottoposti a tagli di bilancio. Anche e basilarmente questo ritengo che sia fare politiche per l’infanzia. La scuola e tutto il sistema formativo italiano risentono ancora di quello che Coleman e Jencks, in una ricerca degli anni Settanta, riferivano come paradosso del successo formativo di quelli che della scuola non avrebbero bisogno. Ricerca, più volte confermata anche da molti Libri Bianchi, che in sostanza ci dice che chi entra avvantaggiato esce avvantaggiato. Nei sistemi formativi italiani, quindi, sembra che chi ha di più all’inizio, da ogni punto di vista, ottenga più risultati. Ciò significherebbe tuttavia che la scuola non fa che ratificare l’esistente, mentre i sistemi formativi sono quegli ambiti dove l’esistente va modificato, coltivato, maturato. Verrebbe così meno il senso stesso dell’istituzione scolastica, se dovesse solo confermare le condizioni di partenza. Dunque, per evitare che tutte le opportunità formative per i minori siano svilite a questo livello, l’investimento pubblico è fondamentale, così che si possano anche ridurre le disuguaglianze, come già detto.

Perseguire il successo formativo, tutt’intorno alla scuola, ha senso se si educa la comunità educante, affinchè, in questo esercizio difficile di ponderazione e riequilibrio, la crisi delle risorse tra le parti componenti un territorio che vive e che crede nell’educazione dei minori diventi ricchezza, opportunità. A livello nazionale, è ciò che poi fa l’Osservatorio, quando allo stesso tavolo fa sedere Comuni, Governo, Regioni, ma anche il privato sociale, le associazioni professionali legate all’infanzia ed oltre. Ecco, sui territori stiamo parlando quindi di reti di cittadinanza che riconoscano la ricchezza nelle diversità, sia del background migratorio sia del background delle disabilità, oltre che di quella fantastica diversità espressa fuori dal tempo nei confronti degli adulti da parte dei più piccoli e fondamentali portatori di interessi generali, i nostri bambini”.

Annamaria Palmieri – Assessore alla Scuola ed Istruzione del Comune di Napoli – delegata ANCI Sud Italia all’Osservatorio Nazionale sulle Politiche dell’Infanzia

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