L'Opinione
7 Novembre 2014

Bruno Mazza – Un’infanzia da vivere

“Avevo sei anni quando venni “deportato” con la mia famiglia dal rione Sanità di Napoli in periferia, precisamente a Caivano, nel Parco Verde. Ero il secondo di cinque fratelli; ero, perché il primo si chiamava Gaetano, quasi un anno di differenza. Poi è morto, di droga. Nostro padre lavorava in un’officina meccanica a Napoli, tutta sua, ma la distanza dal nuovo quartiere si faceva sentire e allora decise di lavorare in un’altra officina, per conto di altri. Poi è morto, almeno così mi dissero.

Fummo portati a Caivano perché sfollati dal terremoto che colpì pure Napoli. Quando arrivammo al Parco Verde, le strade non erano asfaltate, l’acqua non arrivava nelle case, le infrastrutture destinate ai bambini erano poche, incomplete. Eravamo tante famiglie, troppe, circa 4000 persone “deportate” da Napoli; non ci si conosceva l’uno con l’altro, figuriamoci noi bambini, tanti, troppi, 500 soltanto nel nostro viale. Noi vivevamo in Viale Tulipani, perché il Parco Verde ha sette viali e ognuno ha il nome di un fiore, ma non ne abbiamo mai visto uno davvero.

Con tutte queste mancanze, la pressione, lo stato di abbandono, noi stessi bambini iniziammo così a compiere atti vandalici, distruggendo senza senso quello che di buono c’era intorno a noi, ma fuori il nostro Parco, dove c’era il vero Verde. Assalivamo i campi di fragole, le serre nelle campagne, i prati, i parchi, i giardini. Colpivamo le rondini con le fionde. Iniziai poi a conoscere nuovi bambini a scuola; molti avevano famiglie difficili, con genitori e fratelli spacciatori, rapinatori, scippatori, drogati, in carcere, e tanti bambini non avevano già uno dei due genitori: chi era morto per droga, chi nei conflitti a fuoco, chi era detenuto.

Dopo la scuola, non essendoci nulla, l’unica nostra brutta compagnia era la noia, che prendeva non poche volte il sopravvento, e così iniziammo a compiere i primi furti, le biciclette dei vecchietti che erano dal barbiere o dal medico venivano rubate, così come dal fruttivendolo rubavamo le cassette di frutta o verdura; tutto era un gioco per noi, correvamo con le bici rubate e facevamo le gare a chi sorpassava gli incroci senza guardarsi intorno; andavamo sui cavalcavia, poiché era in costruzione l’asse mediano Nola Villa Literno, a lanciare le pietre contro le auto.

Alle medie, nella mia classe di 26 ragazzini, 14 di noi avevamo famiglie in difficoltà. Intanto, mio padre iniziò a bere e a volte non rientrava a casa, mentre io ero iperattivo, facevo casino, chiedevo in qualche modo più attenzione e questi miei modi per i docenti, il preside e chi gestiva la scuola erano inaccettabili. Quindi spesso venivo espulso e così anche tanti amici miei avevano le stesse punizioni, e ci ritrovavamo tutti insieme per strada. Iniziammo a fare atti di vandalismo per poter essere espulsi. Sistematicamente la scuola ci allontanava e metteva 14 ragazzini in mezzo alla strada: ognuno di noi doveva per forza vivere la strada, poiché i nostri genitori – per chi ce li aveva – non ci tenevano mica a casa, quindi dovevamo stare giù nei Viali, dove nel frattempo in quegli anni scoppia il boom della droga, delle piazze di spaccio, di tantissimi adolescenti che avevano lasciato la scuola: li vedevamo sui ciclomotori a compiere rapine, scippi, furti e tanti a drogarsi, e tu che li osservavi non potevi fare a meno di guardarli, perché vestivano alla moda, e come potevi non avvicinarti a loro, anche solo per capire? Dopo poco, giro dopo giro, iniziai a far parte della microcriminalità. Avevo solo 12 anni.

Esasperata, mia madre mi trasferisce in un altro istituto e inizio a lavorare in una pasticceria, dove imparo moltissime cose positive, e così pensavo che quello sarebbe stato finalmente il mio futuro, lontano dalla strada. Ma dopo solo un anno mio padre muore: tra povertà e problemi, decide di impiccarsi, ma a noi figli non viene detta subito la verità. Ero legatissimo a lui e, quando poi scoprii la verità, divenni folle e tentai anche io più volte di suicidarmi. Da quel momento è ricambiato tutto.

Iniziano le prime rapine, le prime paranze di adolescenti che partono dal Parco Verde decidendo dove rubare, spesso con due ciclomotori: riuscivamo a guadagnare dai 3 ai 5 milioni di lire al giorno e con questi soldi compravamo la cocaina, iniziavamo a sniffare, ci compravamo vestiti alla moda e andavamo a ballare nelle discoteche.

“I baby rapinatori”, così ci definivano i giornali. Il più grande di noi aveva solamente 17 anni. Dopo qualche anno questo gruppo di adolescenti, ormai completamente allo sbaraglio, viene avvicinato da un ragazzo di circa 30 anni appena uscito dal carcere e con moltissimi precedenti penali, inserito in un’organizzazione criminale dei Quartieri Spagnoli; ci chiama, noi ci lasciamo affascinare da lui e, dopo circa 2 mesi, mi nomina suo braccio destro e mi incarica di gestire le piazze di cocaina nel Parco Verde. Nel 1999, vengo arrestato con il boss, avevo una pistola in mano mentre giravamo nel quartiere per dimostrare la nostra presenza.

Dopo più di 10 anni trascorsi in carcere, dove riesco a diplomarmi in ragioneria, e dopo la morte di mio fratello Gaetano per droga, con la fortuna di essere messo agli arresti domiciliari nel mio Parco, dal mio balcone affacciandomi per giorni, senza mai perdere la speranza, vedevo bambini fare le mie stesse cose di quando avevo la loro età, e mi sono detto e mi ripetevo, con insistenza, che l’infanzia non può essere vissuta in quel modo. È da lì che parto e con altri inquilini del Parco Verde facciamo nascere l’associazione “Un’Infanzia Da Vivere”, per provare a dare ai nostri bambini quello che non sono riuscito a vivere io e altri miei amici.

Nelle realtà difficili che troviamo in tutte le periferie, moltissimi bambini e adolescenti sono lasciati a se stessi, non c’è formazione: tante volte i progetti realizzati all’interno delle scuole servono al professore o al dirigente che svolgono il corso, non c’è una linea guida da dare ai ragazzi che hanno partecipato al progetto, anche con entusiasmo, ma sempre e solo un semplice attestato che non gli permette poi di avere un’occupazione lavorativa o un’occasione simile. Molte scuole usano i rioni ghetti per avere più fondi, ma in realtà sono solo isole all’interno di questi quartieri che sfruttano.

Ho conosciuto la mia compagna nel 2008, lei aveva già due figli e decidiamo di avere il nostro, che nasce nel mese e nel giorno della morte di mio fratello. Ha il suo nome. Ecco, la mia speranza oggi sta nella rinascita, nel sogno che vivo, nel dare prospettive diverse all’infanzia, all’adolescenza e ai giovani. Oggi abbiamo 85 bambini e adolescenti, molti giovani volontari che ci aiutano: vorremmo riqualificare tutti gli spazi per permettere ai 1.200 bambini del Parco Verde un’alternativa concreta.

A ripensare tutto, la scuola dovrebbe essere un tuo genitore: se essa ti respinge, non puoi fare altro che lasciarti andare alle uniche cose, a volte bruttissime, che sei costretto a vedere intorno a te”.

Bruno Mazza – operatore sociale, fondatore dell’Associazione “Un’Infanzia da Vivere”

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