L'Opinione
15 Ottobre 2015

Diletta Mauri – La partecipazione di ragazzi e ragazze come luogo di possibilità

“Il bello della vita è racchiuso in incrinature e luoghi poco accessibili. Anche desideri e sogni vivono in quei luoghi.

La sofferenza può spingerci ad abbassare lo sguardo e a farci dimenticare che è nostro compito non solo prendere in mano la nostra vita per essere artefici della nostra felicità, ma anche andare a visitare di tanto quei luoghi nascosti. Primo motivo per cui ha senso promuovere partecipazione. Perché nessun assistente sociale, né educatore, né psicologo, ha accesso a quei luoghi. Ma può certamente essere un facilitatore di questo viaggio.

Ed è solo da lì che possono aprirsi spiragli di cambiamento.

Il tema della partecipazione è molto caro ad Agevolando, associazione di volontariato che nasce dall’iniziativa di alcuni giovani che hanno trascorso parte della loro infanzia e della loro adolescenza in percorsi residenziali in comunità e/o in affido familiare. Operiamo nell’ambito della promozione del benessere e della partecipazione di minori e di neo-maggiorenni che vivono “fuori famiglia”.

Jenny, socia di Agevolando Bologna, scrive sul suo blog: “La maggior parte degli ospiti delle comunità e dei percorsi fuori famiglia vi potrebbero raccontare storie di vita terribili, con cicatrici ben visibili negli occhi tristi e segnati dalle immagini che si stanno cercando di lasciare alle proprie spalle. […] Queste storie devono essere sempre ascoltate e occorre dar loro la giusta importanza perché bisogna affrontare il dolore per poi aiutare l’altro a risollevarsi a e diventare una persona migliore, aiutarlo a convivere con quelle cicatrici laceranti e bollenti che anche a distanza di decenni potrebbero bruciare e far riaffiorare lacrime ardenti alimentate dai ricordi d’orrore. Ognuno di noi ha affrontato in modo diverso la propria storia, ma nei racconti ritornano prepotenti le sensazioni di impotenza, disarmo, sfiducia verso il mondo degli adulti…”

Quello della poca fiducia, in sé e negli altri, è un aspetto ricorrente nei racconti di ragazzi e ragazze che si rivolgono ai servizi sociali. Ma ciò su cui ritengo importante soffermarmi non è la scarsità di fiducia che accomuna ciascuno di noi in fasi più o meno alterne della nostra vita.

Qui non si vorrebbe parlare di scarsità, ma di sovrabbondanza.

Alla base di traiettorie di vita resilienti possono essere riconosciuti numerosi elementi, tra questi sicuramente quello della fede/fiducia. Essere investiti di una fiducia che ci sovrasta permette di recuperare e attivare risorse che possono aiutarci a prendere in mano il rapporto con le nostre fragilità. A non lasciarci spaventare e a organizzarci per camminare in loro compagnia, senza esserne sovrastati.

E la fiducia spesso non ha bisogno di essere urlata per essere credibile, anzi. Quasi sempre si nutre di azioni semplici che ricordano a chi le riceve che non è frutto di merito. Che è un regalo.

Andrea, 20 anni, Trento: “Sì, alcuni educatori ti rimangono più dentro. Ad esempio Luca. Mi ha prestato la sua macchina senza aver mai visto come guido. Lui si fida di me.”

Poi certamente è importante educarci l’un l’altro a farla diventare impegno nella relazione. Ma ciò che spiazza e diventa generativo è la possibilità di non poter misurare la quantità di amore che riceviamo con il metro delle nostre buone azioni. Questo è ancor più vero se proveniamo da situazioni di dolore che hanno pazientemente decostruito quella base di fiducia che magari rischia di renderci incapaci di leggere anche quel poco (o molto) di buono che ci attornia. Ed è possibile che si rischi di essere investiti da un senso di solitudine che può diventare assordante.

E che la domanda di aiuto, esplicita o latente, risulti confusa e disfunzionale. Allora il primo passo dovrebbe essere quello di dare a quella domanda il giusto peso e il giusto tempo di ascolto. Nonché la disponibilità ad esserci, in quanto persone, ad accoglierla.

Michela, cosa deve fare un assistente sociale per promuovere la partecipazione delle persone che a lei si rivolgono?

“Ascoltarle. Molte assistenti sociali per deformazione professionale, carenza di risorse o stress prendono tutto quello che viene da chi usufruisce del servizio come fosse una richiesta di soldi ed energie. Se un ragazzo viene da te e ti chiede di uscire di casa o ti presenta un problema significa che lì c’è un disagio e dovresti prenderlo sul serio. Magari l’allontanamento non è sempre la scelta adatta, però già il fatto che lei ascolta e prenda sul serio quel disagio è importante.”

E ora aggiungiamo un pezzetto.

A bambini e ragazzi diritto di parola. E quello d’azione?

L’articolo 12 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza identifica la partecipazione come uno dei quattro pilastri su cui si fonda l’intera convenzione, nonché un orientamento di fondo che permette di realizzare gli altri diritti.

Un aspetto importante e l’impegno che gli stati decidono di prendersi sottoscrivendo la Convenzione non è quindi solo quello di promuovere il diritto di espressione, ma un’azione positiva a garanzia del fatto che ciò sia reso effettivo.

Come associazione ci stiamo interrogando rispetto al come promuovere luoghi d’ascolto e partecipazione a livello collettivo sui temi legati all’accoglienza temporanea fuori dalla propria famiglia d’origine. Il Care Leavers Network è ad esempio una delle strade che stiamo percorrendo perché la voce di ragazze e ragazzi possa essere sempre più un sine qua non, a partire dalla relazione quotidiana sino ai luoghi più istituzionali”

Diletta Mauri – vicepresidente e responsabile sviluppo sedi di Agevolando

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