L'Opinione
27 Dicembre 2013

Gianluca Guida – Figli di Camorra

“Lo scorso anno a Napoli, nel popoloso quartiere di San Giovanni a Teduccio, alla periferia della città, si verificò un episodio inquietante. Il protagonista della vicenda fu Salvatore d’Amico, uno dei capi dell’omonimo clan. Tratto in arresto dalle forze dell’ordine esce spavaldo dal portone di casa e incrocia suo figlio. Il ragazzo è descritto con i capelli rasati, giubbotto, braccia alzate. Il papà quasi lo scuote quando lo vede, poi lo bacia sulla bocca. Un bacio camorrista come quello che, a Napoli, c’era stato proprio pochi giorni prima, davanti alla Questura, quando furono arrestati due latitanti, Danilo d’Agnese e Carmine Amato, reggente del clan Amato-Pagani.

Cosa avrà significato quel bacio: promessa di fedeltà, un messaggio in codice di tacere, di non pentirsi, di non “cantare”, come si dice in gergo, con le forze dell’ordine? O, come sosterrebbe un investigatore nelle dichiarazioni rese ad un quotidiano, semplicemente un messaggio d’amore che vuol dire “ti voglio bene sopra ogni cosa perché sei uno di noi e vado oltre il sesso e il fatto che adesso stai in manette”. Senza dubbio il bacio in bocca anche tra uomini è una consuetudine comune a molte organizzazioni criminali e serve a sottolineare il senso di appartenenza totale alla famiglia camorristica.

Un padre di camorra quindi che, con un gesto simbolico, consegna al figlio, ancorché quindicenne, le redini del suo impero legandolo alla sua scelta criminale in maniera pubblica, plateale.

Padri e figli, dunque. Un rapporto particolare che si rende ancor più interessante se analizzato nell’ambito delle dinamiche complesse dell’appartenenza criminale. La vicenda richiama alla memoria altri due episodi.

Nell’aprile del 2009 Vittorio Maglione, dodicenne di Villaricca, uno dei tanti quartieri satellite della periferia di Napoli, si è suicidato perché non voleva la vita che aveva tracciato per lui il padre, Francesco Maglione, noto affiliato al clan dei Casalesi.

Vittorio ha lanciato proprio al padre un ultimo messaggio di profondo dolore e rabbia attraverso il web: “me ne vado, così non ti scoccio più”, si leggeva sul suo profilo Messenger. Inutili i commenti sconcertati di chi era connesso in quel momento. Vittorio aveva già deciso, il suo corpo l’ha trovato la madre al rientro dalla spesa quando ormai non c’era più nulla da fare. A luglio avrebbe compiuto 13 anni.

Le cronache raccontano che il padre di Vittorio era finito nel vortice del crimine organizzato poco più che adolescente: finito in galera per il primo omicidio a scopo di rapina a soli 18 anni nel ‘78, aveva aderito alla Nuova Camorra Organizzata di “don Raffaele” Cutolo per poi “passare” alla fine degli anni ottanta ai Casalesi, uno dei clan più feroci del mosaico camorristico campano.

Un evento aveva fortemente segnato Vittorio quando nel 2005 suo fratello maggiore Sebastiano, “Bastiano” per gli amici, era stato freddato a 14 anni per aver tentato di rubare il motorino alla persona sbagliata. Un raid punitivo di dieci ragazzi (tre minorenni) legati agli Scissionisti di Secondigliano l’aveva seguito a Mugnano ed un colpo alla testa da distanza ravvicinata aveva messo fine alla sua adolescenza, segnata precocemente dal crimine e dalle cattive frequentazioni.

Vittorio (che all’epoca aveva 9 anni) non era ancora guarito da quella ferita, non aveva seguito l’esempio del fratello, andava a scuola come ogni ragazzino della sua età, ma qualcosa dentro di lui evidentemente non ha retto. Non ha retto alla violenza. Non ha retto al peso di scelte non sue: i figli spesso pagano le colpe dei padri.

Un altro episodio è più recente ed è accaduto a San Cipriano d’Aversa, nel regno dei casalesi, dove un boss aveva costruito la sua residenza privata: una villa-bunker multipiano, dotata di tutti i comfort, con un ampio giardino, un’altrettanto estesa cantina e stanze ultra confortevoli. Il bene confiscato era poi stato assegnato ad una cooperativa sociale per la realizzazione di attività a favore di minori a rischio e con disagio psichico. Dopo qualche tempo dall’apertura e dopo aver superato le inevitabili “difficoltà ambientali”, gli operatori avevano felicemente avviato le loro attività, quando, un giorno, si trovarono fuori la porta della residenza un ragazzino di appena dodici anni che con modi garbati chiedeva di poter partecipare, anche lui, alle attività destinate a tanti suoi coetanei.

Lui che in quel lussuoso appartamento aveva vissuto con il papà, la mamma e la sorellina, oggi era tornato ad essere il “padrone di casa” come “padroni di casa” erano gli altri ragazzini disagiati che di quella villa potevano godere nella legalità tutti i benefici.

Oggi il ragazzo s’intrattiene con loro, ogni pomeriggio, nei laboratori di formazione. Nei locali della struttura si fa lezione di teatro, si ascoltano i familiari delle vittime di camorra e del racket, s’incontrano giudici, scrittori e altre personalità che si sono distinte nella lotta alle mafie.

Tre storie diverse, di tre adolescenti diversi, accomunati dal comune destino di essere figli di camorra. Analizzare queste vicende può aiutarci a porre un interrogativo: in che misura può intervenire la società rispetto agli effetti che produce il modello genitoriale.

Il comportamento deviante è un comportamento che si apprende, fatto di codici, simboli, significati e rituali. Il comportamento deviante è anche un comportamento aggressivo in cui la violenza, verbale o agita, intesa come spinta ad “aggredire” il mondo, gioca un ruolo e prepara il ragazzo a lottare per la conservazione del “ruolo sociale” raggiunto, per la visibilità nel territorio.

Il codice maschile di camorra spinge a mostrarsi determinati e forti di fronte ad ogni situazione, a non lasciar trapelare dubbi o emozioni, a creare un’armatura di atteggiamenti idonei a nascondere qualsiasi debolezza. Pressati dalla necessità di assumere ruoli adulti, molti ragazzi adottano lo stile deviante come scudo e si lasciano irretire dal sistema criminale. Molte volte, però, incapaci di scegliere, immaturi e fragili, si sentono confusi e cercano uno sfogo in comportamenti violenti e auto o etero distruttivi, nel consumo di alcool e droghe, oppure nella depressione, fino al suicidio.

Un grido di allarme preoccupante al quale non possiamo rimanere indifferenti“.

Gianluca Guida, direttore dell’Istituto penale per minorenni di Nisida, Napoli

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