L'Opinione
20 Giugno 2015

Marco De Giorgi – Ripartiamo dai piccoli rifugiati: integrazione e inclusione sociale

Oggi è la Giornata Mondiale del Rifugiato e cogliamo così l’occasione per riflettere anche sui temi dell’infanzia e dell’adolescenza, nel quadro particolare dell’intercultura. Credo che a riguardo i punti interessanti siano essenzialmente due. Anzitutto, quindi, il tentativo sempre più forte che dobbiamo fare per raggiungere la popolazione giovanile per sensibilizzarla ai valori del dialogo e del rispetto, e a tal proposito l’UNAR si muove da sempre in questa direzione con grande senso di responsabilità, realizzando una serie di progetti nelle scuole di ogni ordine e grado d’Italia. Ogni anno bandiamo un concorso, insieme al MIUR, per portare e valorizzare in ambito scolastico un approfondimento sui valori e sul metodo del confronto tra culture diverse.

È sotto i nostri occhi: l’Italia oramai si sta trasformando in un Paese in cui sono presenti, a vario titolo, quasi 200 nazionalità differenti, il che significa in sostanza differenti culture, differenti religioni. Ecco, per arginare dunque il virus del razzismo, della discriminazione – perché la prima reazione, anzitutto dei ragazzi, può essere ed è la paura per qualcosa che non si conosce – noi dobbiamo divulgare, a partire dai bambini, la conoscenza della diversità, valorizzandola come risorsa. Quindi far conoscere loro la storia delle religioni, delle culture, delle tradizioni, credendo fermamente che solo con una forma reale di conoscenza, senza pregiudizi, si possa debellare questo virus della discriminazione. E su ciò, l’UNAR punta tantissimo a livello di prevenzione.

Il secondo punto, entrando ancora più nel merito di una celebrazione che ci ricorda, tuttavia, alcune questioni tutt’altro che occasionali, ci ricorda la condizione dei bambini che vivono il dramma della migrazione e dell’essere rifugiati. Per noi si tratta di un target vulnerabile molto importante, perché se non si realizzano delle politiche di integrazione, di inclusione sociale a partire dalle famiglie, allora ecco che si possono creare delle sacche di marginalità. Pensiamo dunque che questi bambini stranieri, oramai da noi di seconda o terza generazione, se non vengono inclusi in processi di cittadinanza, rischiano di restare ai confini della società, come è accaduto già in altre realtà nazionali, anche solo europee, e penso alle balie parigine. Si perde e forse mai si costruisce quel senso di appartenenza civica che genera la percezione dei propri diritti ed anche dei propri doveri, e questa condizione altamente negativa e penalizzante espone soprattutto i più giovani, esattamente nella fase di formazione, all’attrazione malevola delle varie criminalità organizzate.

Sono quindi convinto che le politiche di integrazione e di inclusione debbano necessariamente approcciare ai minori in tempi rapidi, in modo cordiale e con effetti che siano reali e persistenti. C’è anche una scarsa fiducia nell’opinione pubblica riguardo il desiderio e la volontà di integrazione e di inclusione da parte dei rifugiati, ma questo non è vero; abbiamo conosciuto ed esistono tantissimi casi esemplari in cui questi due processi non solo sono voluti e richiesti ma sono anche vissuti con grande senso di partecipazione, nella misura in cui c’è davvero voglia di vivere e non di sopravvivere, di lavorare e, nel caso dei bambini e dei ragazzi, di studiare, avendo compreso la forza della conoscenza. Allora un ottimo punto di partenza, senza tralasciare gli altri, è senza dubbio l’approccio ai minori, insieme alle loro famiglie, quando ci sono, con cui costruire serenamente la nostra nuova realtà civile, sociale e culturale.

Marco De Giorgi, direttore UNAR Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali

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