L'Opinione
15 Gennaio 2015

Marwa Mahmoud – Il corpo della donna, spazio culturale di mutilazioni e perfezionamenti

“In moltissime società esistono pratiche di modifica permanente del corpo. Tuttavia, si vedono le modificazioni praticate dagli altri popoli come mutilazioni e le proprie come perfezionamenti, occultando così in qualche modo il carattere culturale delle pratiche altrui, nel primo caso, e quello cruento delle proprie, nel secondo caso.

Quando si parla di mutilazione genitale femminile (MGF), il termine mutilazione porta indubbiamente con sé un giudizio di valore, legato alla privazione, all’azione intenzionale e violenta che priva le donne di una parte del proprio fisico.

In questo processo di attribuzione di significati, si tende a trascurare che presso le popolazioni in cui tali pratiche sono (oppure erano) ancora in uso, esse rivestano (o rivestivano) un senso variabile, non riconducibile necessariamente a quest’unica interpretazione, oggi presente nel senso comune in Occidente.

Le modificazioni genitali femminili vanno, quindi, concepite nel più generale contesto delle modificazioni permanenti del corpo (in diverse culture, infatti, anche altre parti del corpo femminile possono essere oggetto di modifica) e ricordare che esse fanno parte di un processo di differenziazione di genere, che può attuarsi attraverso diversi tipi di intervento.

Solo situando tali prassi in un quadro che considera la concezione del corpo, maschile e femminile, e del suo sviluppo, si può affrontare la loro comprensione. Per questo motivo, è importante ricordare che tra le operazioni percepite in Occidente come particolarmente cruente, oltre all’infibulazione, possono annoverarsi interventi su altre parti del corpo, come ad esempio, in passato, la fasciatura dei piedi delle donne cinesi, o sui genitali maschili australiani.

Vi è, inoltre, la chirurgia estetica occidentale, che opera anch’essa in maniera cruenta, soprattutto sulle donne. Essa, tuttavia, viene concepita come una pratica di miglioramento, all’insegna di un modello di corpo che deve essere sempre giovane e naturale. Ne viene sminuito il carattere cruento attraverso spot, programmi televisivi e servizi giornalistici, che vi enfatizzano il miglioramento estetico e l’avanzamento tecnologico e chirurgico, facendo così passare in secondo luogo la strumentalizzazione del corpo della donna.

Il corpo, alla luce di quanto già indicava Marcel Mauss nel suo Les tecniques du corps, è un oggetto di studio che richiede un triplice approccio: fisiologico, psicologico e sociologico. È proprio perché mette in relazione in modo unico il fisico, il sociale e l’individuale, che il corpo può essere terreno di sovrapposizione di esperienze sociali e individuali, come ricorda Ted Polhemus in The Body Reader: Social Aspects of the Human Body.

La distinzione tra un corpo biologico e un corpo socializzato attraverso modificazioni e aggiunte si rivela problematica, peraltro, nel momento in cui ogni cultura elabora un sapere specifico riguardante, ad esempio, le modalità di riproduzione e l’origine stessa del corpo.

Tutte le culture elaborano un sapere sul corpo e questo non può essere studiato astraendolo dalla costruzione sociale della realtà. Il corpo della donna è storicamente e socialmente inserito nel nucleo sociale della coppia, della famiglia, della società che abita. Esso recepisce di volta in volta delle aspettative che sono socialmente determinate fino a farne fondamento identitario e ad interiorizzarle.

La donna può incorporare le aspettative sociali in modalità differenti: può rispettarne alcune e deviarne altre, resistere, riconoscersi o celarsi nei retroscena della vita comunitaria.

Il corpo della donna conserva così nel tempo la memoria di un gruppo sociale, rende le donne custodi e artefici di un’identità collettiva che passa da una generazione all’altra. Questo fa sì che la tradizione si inscriva nel corpo della donna e lo modifichi affinché aderisca ad una consuetudine sociale necessaria per una completa partecipazione e accettazione nella comunità.

E’ importante, quindi, riconoscere le aspettative sociali che vengono alimentate e riposte nella donna e connotarle come dinamiche, variabili e mutevoli, al variare dell’epoca, della moda e della società. Il sistema sociale è un processo non statico che regola le interazioni tra individuo e società, un processo in cui il corpo femminile è soggetto a regole sociali che gli impongono di mostrarsi, nascondersi, apparire, divenire e modificarsi per essere accettato.

Le pratiche sul corpo che mirano al raggiungimento di un ideale, come altre pratiche culturali, hanno dunque sempre una doppia valenza, propositiva e violenta, costruttiva e mutilante. Si tratta di riconoscerla e di esserne consapevoli.

È opportuno, dunque, imparare a percepire, al di là della naturalizzazione delle nostre pratiche sul corpo, il loro valore costrittivo e talvolta violento, senza perdersi in una dicotomia, da noi imposta e mentalmente legittimata, che contrappone le loro prassi come mutilazioni e i nostri interventi come perfezionamenti, i riti altrui come barbarie e le nostre alterazioni sul corpo come azioni a fini estetici”.

Marwa Mahmoud – Responsabile Educazione Interculturale Fondazione Mondinsieme

Marwa Mahmoud

Fondazione Mondinsieme

Italia

Nata ad Alessandria d’Egitto nel 1984, arriva in Italia da piccola con i genitori. Si laurea in Lingue e Letterature straniere all’Università di Bologna, con una tesi dedicata allo scrittore egiziano e premio Nobel per la letteratura Nagib Mahfuz. Inizia a collaborare con il Centro Interculturale Mondinsieme nel 2004 come educatrice nelle scuole e redattrice dei progetti giornalistici. Nel 2008 lavora nella redazione de La Gazzetta di Reggio. Entra a Mondinsieme nel 2009 come responsabile dell’offerta educativa interculturale e dei rapporti con le scuole, a cui affianca l’organizzazione dei corsi di lingua e viaggi culturali.

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