L'Opinione
24 Febbraio 2014

Matteo Mennini – Occuparsi dell’infanzia di frontiera significa occuparsi della frontiera tutta

Sfogliando l’album dei ricordi dei viaggi che ho fatto in Africa, certamente l’immagine che non posso cancellare è il volto acceso e la smorfia maliziosa di Baritonda, nel villaggio di Kyrenge fra le colline al nord del Rwanda. Occupandomi sempre di educazione, quell’incontro cambiò qualcosa e fu come iniziare a guardare le cose con una chiave di lettura diversa. Baritonda all’apparenza sembrava un bambino di otto, forse nove anni, mentre in realtà ne aveva quattordici; l’immagine che ho di lui è quella in cui beve da una bottiglietta di plastica un liquido denso e dal colore marrone che, senza troppa fantasia, mi spiegarono trattarsi di terra e acqua. Fra quei bambini a Kyrenge, dove con la nostra associazione lavorammo allo sviluppo di una scuola, molti si riempivano lo stomaco con la terra, uno dei pochi “beni” completamente gratuiti e sempre a portata di mano; ma oltre ai loro volti, ricordo un’altra foto, quella di un cartellone che annunciava le date di inizio e fine lavori da parte della cooperazione europea per realizzare una rete idrica che avrebbe portato finalmente l’acqua nei villaggi. Ma le date erano ormai passate da un pezzo e della rete idrica nemmeno l’ombra. Mi trovai per la prima volta di fronte al “dilemma dei diritti”: ha senso parlare di educazione e di accesso all’istruzione in un contesto dove l’alimentazione di base non è garantita? La stessa domanda mi assalì successivamente quando, pochi mesi prima del terremoto, la crisi dei prezzi in Haiti fece registrare, nel novero delle conseguenze eclatanti, la vendita nel mercato di Port du Prince di biscotti impastati con la terra. La tentazione di occuparsi sempre e solo dei bambini, frontiera più evidente e drammatica dei problemi che si affrontano, lascia così il posto a una riflessione più critica, ad una prospettiva che prende in considerazione non più la logica del progetto singolo, ma un approccio sistemico e di rete. La lettura dei diritti a cui siamo abituati, in termini normativi e di “codice”, rischia di tradursi, nel rapporto con l’infanzia “altra”, in una tipologia di azioni (che abitualmente definiamo “solidarietà”) spesso centrate nell’apporto di beni strumentali: costruire scuole, acquistare macchinari o tecnologia, pagare i salari del personale locale dei progetti, così come istituire fondi di garanzia per il microcredito. Azioni importanti e di grande impatto, destinate però a rappresentare degli “shock” nel sistema che le ricevono, senza che, nella maggior parte dei casi, si abbia contezza degli effetti culturali e delle reazioni prodotte. Ogni apporto suppone aspettative e il fallimento della generazione adulta in un determinato progetto genera nei più giovani disorientamento e timore: impiantare un laboratorio informatico in un contesto come i campi profughi Sahrawi significa far sperimentare a degli adulti la propria inadeguatezza… ne abbiamo valutato, per esempio, l’impatto sui figli o sugli eventuali alunni prima di rendere evidente quel divario digitale? Occuparsi dell’infanzia di frontiera significa occuparsi della frontiera tutta, senza nulla lasciare al caso; se i destinatari centrali della nostre azioni di solidarietà non sono le intere comunità, a partire dalla famiglia fino al gruppo religioso di appartenenza, alla scuola e al quartiere, rischiamo di alimentare la schizofrenia delle società con effetti pesanti sull’anello più debole, i bambini appunto. Potremmo costruire altre scuole, dotarle di infrastrutture tecnologiche e perfino trovare il denaro necessario a pagare i salari dei docenti; ma se non avremo camminato (lentamente) insieme alla comunità con un sogno di futuro condiviso (non solo per loro, ma anche per noi), Baritonda continuerà a bere acqua e terra, perchè almeno quella certezza non gliela toglierà nessuno“.

Matteo Mennini – presidente Associazione Bambini + Diritti Onlus

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