L'Opinione
19 Febbraio 2014

Matteo Pennacchi – Tutti i bambini del mondo

“Uno dei più forti ricordi dei miei giri del mondo è che più i Paesi erano poveri e più io riuscivo ad interagire con i bambini. E più questi ultimi erano in condizioni critiche e più sorridevano. Ma ben prima dei giri del mondo, ricordo le mie missioni in Africa, e una volta un bambino mi ha cambiato la vita. A 18 anni mio padre mi ha inviato in Etiopia presso una missione dei preti salesiani, per svolgere dei corsi di educazione estivi. Conobbi una ragazza di 12 anni che aveva perso i genitori e doveva occuparsi del suo piccolo fratellino, di appena 9 mesi, di nome Loako. Ecco, la mia prima associazione di volontariato l’ho chiamata proprio Loako, affinché la forza che avevo intravisto nel prendersi cura di questo piccolo bimbo potesse render capace tutto il gruppo dei volontari di fare del bene per tanti altri bambini in Africa, dove la condizione dell’infanzia è durissima ma è anche molto bella. Di base, quando viaggi in un Paese, il bimbo che vedi è come un indice del futuro di quella realtà. Quando sei nelle zone rurali dell’India e vedi bambini anche molto piccoli che fanno chilometri per andare a scuola, con la giacchetta, con la cravatta, vedi anzitutto la voglia, il desiderio di crescita, ed è come un segnale di un Paese che crede nell’educazione, che crede molto nel suo stesso futuro. Quei bimbi mi sono sempre sembrati fieri di andare a scuola, che se ne abbia fortuna di andarci, è chiaro. Per quanto riguarda il gioco – io stesso che sono un bambino – non posso non ricordare la gioia ricevuta da tutti i bambini che ho incontrato durante il percorso della Nomad Community, il primo giro del mondo interattivo che organizzai insieme ad alcuni amici all’alba del nuovo millennio. Ad esempio, ad Ushuaia, in Patagonia, facemmo vedere ai bambini di alcune delle scuole visitate i video di bambini in altre scuole: una grandissima soddisfazione, la curiosità dei bambini per altri bambini in altre parti del mondo. E mi viene in mente un film di non molto tempo fa, “Vado a scuola”, in cui diverse storie vere raccontano la strada che fanno questi bambini da diverse parti del pianeta per andare a scuola. Io sono andato a vederlo con mio figlio Pietro, che ha 8 anni, che ne è stato molto colpito. Alla fine del film mi ha chiesto: “Papà, sorridono tutti! Ma non saranno più felici loro che non hanno niente?”. Penso che la nostra società sia malata di sensi di colpa, anche nei confronti dei nostri bambini, verso i quali a mio avviso occorre molto più interagire, che solo parlare. Un ultimo ricordo: sempre durante il viaggio della Nomad Community, in un orfanotrofio del Sudafrica raccogliemmo tantissimi messaggi scritti dai bambini accolti, li mettemmo in una bottiglia e viaggiamo alla volta del Capo di Buona Speranza – il nome può dire tutto – da dove lanciammo nell’oceano il senso di futuro di quella bellissima comunità di minori. Un gesto simbolico che mantiene ancora oggi profondissimi legami umani tra le persone che l’hanno compiuto”.

Matteo Pennacchi – viaggiatore

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