L'Opinione
15 Ottobre 2014

Nunzia Gatta – Tra sostegno e adozione a distanza

“C’è ancora chi confonde il Sostegno a Distanza (SAD) con l’Adozione a Distanza, credendo siano la stessa cosa. Il sostegno a distanza è nato come adozione a distanza, ma la parola “sostegno” è usata perché molte persone che facevano l’adozione a distanza era come se avessero “comprato” il bambino, mentre tu aiuti la comunità, aiuti il villaggio, non sei “proprietario” di un bambino. Rispetto a quanti scelgono l’adozione a dispetto del sostegno, ho sempre cercato di eliminare questo senso di “possesso”, proponendo l’idea del camminare insieme: si può scegliere infatti di sostenere il bambino per una parte del suo percorso di studi o fino ai diciotto anni, e in effetti, così, tu cammini insieme a questo bambino. Ma il bambino non è tuo, e quando chiedono se è possibile farlo venire in Italia la risposta è, assolutamente, no.

Si comprende il sentimento che scaturisce dalla fase del distacco, quando il bambino è ormai autonomo e non necessita più del sostegno. Chi sceglie il sostegno a distanza già sa, in effetti, che potrà sostenere il bambino fino ai sedici anni, tranne se c’è possibilità di fargli proseguire gli studi e addirittura portarlo all’università. Per esperienza, tuttavia, quando il bambino, fattosi giovane, va all’università, cambia città e i rapporti di frequente s’interrompono; preferiamo quindi che alla maggiore età l’adozione decada.

Ci sono attività di gemellaggio e di sostegno che alcune classi scolastiche attuano, contribuendo così allo sviluppo di un bambino più accogliente. Nelle scuole, invece di adottare un bambino, chiediamo in alcuni casi di fare un evento alla fine dell’anno, che può essere una tortata o una gara di ballo, ed il ricavato di queste attività va a sostegno dei progetti per la scuola, per la casa famiglia, per i bambini abbandonati. Una volta un bambino mi ha detto: “La mia gioia è avere un tetto sulla testa e una porta che si chiude alle mie spalle” e mi ha fatto ancora una volta pensare ai bambini abituati a vivere per strada e che soltanto questo minimo desiderano.

Dunque, penso che il bambino italiano, se riceve stimoli verso queste attività già a partire dalla quarta elementare e fino alla seconda media, se gli si fa vedere non le immagini strappalacrime bensì il bambino povero ma sorridente, a fine giornata si domanda il perché di quella condizione così anomala, un sorriso nella povertà, e allora va a casa e ne parla con i genitori: in questo modo lo si educa ad avere un rapporto più responsabile con le risorse. A partire da ciò, ad esempio, gli spieghiamo che non deve mantenere il rubinetto aperto, gli facciamo fare dei cartelli con queste regole: non lasciare il frigorifero aperto, chiudi il rubinetto oppure proponiamo delle attività di simulazione di quelle che sono situazioni di vita comuni per i bambini che sosteniamo, come ad esempio trasportare dei mattoni. In questo modo, nel tempo, il bambino dei nostri contesti e quello dei contesti lontani, pur non conoscendosi e non vedendosi, in qualche maniera, quasi magicamente, si sfiorano e si pensano nella più bella avventura di conoscenza dell’altro che si possa immaginare”.

Nunzia Gatta – GMA Gruppo Missione Alem OdV

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