L'Opinione
26 Giugno 2015

Rachele Furfaro – Un focus sui nidi, ambiente di costruzione sociale

La condizione dell’infanzia a Napoli è certamente particolare, perché parliamo di una città complessa che offre pochi esercizi educativi. Sappiamo bene che a Napoli, infatti, c’è una grande carenza di servizi a domanda individuale, dei cosiddetti nidi per l’infanzia; su 30mila nascite all’anno, basti pensare, la città riesce a rispondere solo allo 0,2% del bisogno. A mio avviso, con un’esperienza tematica in città di più di trent’anni, occorrerebbe anzitutto avvicinare i genitori a una cultura dell’infanzia e in particolar modo del nido: come fosse tradizione, a Napoli si tende ad affidare i propri figli ai nonni, alle zie, alle baby-sitter, si tende molto a tenerli in casa piuttosto che affidarli alle strutture che possono, viceversa, innescare nei bambini una prima importante esperienza di socialità extrafamiliare. Ormai è cambiato l’assetto sociale, la crisi della famiglia è una realtà, molte mamme lavorano, le baby-sitter spesso non sono di origine italiana, fatto che può realizzare ritardi dell’apprendimento. Infatti sono in aumento le problematiche relative al linguaggio. Célestin Freinet, padre fondatore del Movimento di Cooperazione Educativa, dice che “quando un bambino inizia a parlare, occorre immergerlo nel mondo delle parole”, ma se vicino al bimbo, frequentemente, in quegli anni, ci sono persone che l’accudiscono e ne seguono la prima crescita che tuttavia non parlano italiano, ecco, ciò può comportare questi problemi; invece, credo che il bambino vada affidato al nido, non solo perché vi si crea quel clima molto importante nel gruppo dei pari, ma c’è anche proprio il senso di affidarlo, e con fiducia, alla struttura scolastica, che si prende carico della rilevante opera di prima formazione del bimbo. È certamente vero che la famiglia è la prima istituzione per la formazione e la crescita del bambino, la famiglia lo mette al mondo, ma non è la sola e subito dopo viene la scuola, ci sono i servizi educativi che lo portano poi nel mondo.

Mi sta tanto a cuore anche la qualità dei servizi educativi, per realizzare la quale occorre che vi siano le giuste professionalità e non solo: formare un bambino non significa soltanto lavorare sul suo aspetto cognitivo ma anche e soprattutto sulla sua parte emotiva, e questo è uno dei punti centrali su cui si fonda l’opera della nostra scuola Dalla parte dei bambini. Margaret Rustin, già direttrice della Tavistok di Londra, afferma che le radici dell’apprendimento sono nelle emozioni: solo se io mantengo aperto lo spazio tra desiderio e curiosità, che è lo spazio necessario per l’apprendimento, posso avere cura della mia conoscenza, che si realizza soltanto se sto bene con me stesso. Il nido dovrebbe essere lo spazio entro il quale offro al bambino esperienze percettive e motorie; la prima forma di conoscenza, si sa, si realizza guardando, annusando, toccando e, se tutto questo non accade in quei primi momenti, la mia formazione è tronca. Faccio un distinguo quindi tra nidi con bimbi tenuti seduti per ore e ore e nidi che invece strutturano la formazione del bambino sulle pratiche percettive, sui laboratori, sugli atelier, sul fare. Ovide Decroly dice io imparo facendo e, se non faccio, non posso imparare. Ecco, ciò che penso sia molto importante non è solo insegnare, ma offrire ai bambini progressivamente gli strumenti per la conoscenza. Educare, con l’aiuto dell’etimo, vuol dire proprio accogliere l’interiorità di cui è portatore ogni bambino, riconoscerlo come persona, riconoscere le sue piccole competenze, per altro sedimentate in famiglia, per una condivisione ed un arricchimento di gruppo, per un rapporto di osmosi, dinamica che mi rende più forte e capace di espormi all’esterno. Dunque, questa è una prassi che attiviamo, e ne abbiamo esperienza sia a confronto con condizioni sociali più elevate sia, all’inverso, con condizioni più disagiate, come nella realtà che dirigo nei Quartieri Spagnoli, Foqus.

Tre anni fa abbiamo rilevato una grande struttura di 10mila mq, prima governata dalle Suore della Carità, per costruirvi un progetto ambizioso, per l’appunto ben centrato sulla conoscenza: vi è sorto il primo nido dei Quartieri Spagnoli, poi ci sono la scuola dell’infanzia, la scuola primaria, una libreria specializzata sull’infanzia e l’adolescenza, un semiconvitto e molte altre realtà. Ecco, la maggior parte dei bambini che accogliamo si trova in una condizione estrema: l’80% sono bambini assistiti, sono figli di carcerati o di ragazze madri. Abbiamo quindi sentito il bisogno di spendere le nostre conoscenze in questo spazio, basandolo su un’idea di welfare comunitario che lavorasse anche sulla contaminazione sociale. Nei Quartieri Spagnoli, in Montecalvario, c’è il 10% di tutti i minori di Napoli, è il quartiere con il più alto tasso di dispersione scolastica d’Italia ed anche quello con il più alto tasso di delinquenza in età precoce. E ci sembrava l’occasione, disgraziatamente perfetta, dove spendere l’esperienza di questi ultimi trent’anni. Non è affatto facile, occorre lavorare per la ricreazione di habitus mentali differenti. Abbiamo in carico circa 300 minori presso Foqus e, oltre i servizi educativi raccontati, ci sono decine di altre esperienze e di attività che si stanno impiantando nella nostra struttura, quasi a convergere verso un unico scopo: rendere piacevole, come se fosse sempre un “gioco”, la presenza in struttura, in nido, in classe, a scuola, per questi bambini. La nostra pratica educativa ha radici lontane, in primo luogo nella Scuola Attiva, ad esempio con Vygotskij il quale parlava di fasi potenziali di apprendimento che, se non vengono avviate e alimentate in un preciso momento della formazione, sono perse e parzialmente persi saranno i bimbi, in questo senso, una volta grandi.

Oggi, paghiamo lo scotto di avere genitori che si assumono poche responsabilità rispetto alla crescita dei figli; detto meglio, appaiono spaventati, come se non sapessero bene come orientare i propri figli e ciò è molto rilevante. Vanno spesso alla ricerca di ricette, come se esistessero soluzioni preconfezionate, che a mio avviso non esistono, ed è piuttosto la formazione che dev’essere contemplata e attivata. Penso sempre che il bambino sia come un fiume, che nasce piccolo, breve e poi si ingrossa; il mare, l’oceano lo desiderano, lo accoglieranno, e dunque è davvero importante, tra famiglia e servizi educativi, che gli si costruiscano degli ottimi argini, non troppo come costrizione o contenimento, ma piuttosto come guida o accompagnamento. È un lavoro fisico, oltre che mentale ed emotivo, molto intenso, ma estremamente necessario, anche per evitare che tutta questa buonissima acqua un bel giorno straripi e si disperda, a danno proprio e degli altri.

Rachele Furfaro – presidente FOQUS Fondazione Quartieri Spagnoli

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