L'Opinione
5 Dicembre 2014

Sergio Dalla Cà di Dio – Anche questa è Bucarest

Bucarest è una metropoli di 3 milioni di persone. Una città ormai completamente occidentale. Il centro città e i viali principali illuminati a giorno anche di notte. Le luminarie di Natale già pronte ad essere accese a 40 giorni dal 25 Dicembre. Una città che venerdì è stata bloccata a causa di una partita di calcio, Romania – Irlanda del Nord, qualificazioni dei campionati Europei, lo stadio nuovissimo e scintillante pieno zeppo di 50.000 tifosi festanti. Che sabato si è riempita, come ogni giorno, di giovani alla ricerca di bar, ristoranti etnici e club all’ultima moda, aperti fino all’alba al ritmo di musica house e pop. Che domenica ha votato il nuovo presidente dopo una campagna elettorale all’ultimo sangue tra i due maggiori partiti, di destra e di sinistra, durata mesi: un paese che strizza l’occhio all’Occidente e a Bruxelles, a testimonianza che, a 25 anni dalla Rivoluzione, il Comunismo è un lontano ricordo.

Ma Bucarest, nel 2014, ormai quasi 2015, è anche tante altre cose…

Il mercoledì mattina c’è calcio, progetto di educazione attraverso lo sport Inter Campus, e incontro Ro. particolarmente pimpante “Allora partiamo?”. Mi stupisco di trovarlo così collaborativo e pieno di energia nonostante siano “soltanto” le 08.45. Ma tiro dritto e vado a recuperare palloni. La frase dopo però mi lascia davvero a bocca aperta. “Ri. ci aspetta da lui. Muoviamoci!”. Credo sia la prima volta in due anni che Ri. si sveglia così presto per venire agli allenamenti: il mercoledì mattina non fa per lui, con la sua aria da bulletto perennemente scocciato, a nascondere un carattere buono ma estremamente complesso e traumatizzato. Ri. viene il lunedì pomeriggio, riposato, e quando i suoi sedici anni non gli impediscono di considerarsi ancora il ragazzino che è senza voler a tutti i costi andare a giocare con gli adulti al parco. E quando il fatto di vivere in un canale tra tossicodipendenti e alcoolizzati non è troppo limitativo per l’organizzazione della sua giornata: alzarsi alle 8 dopo che chi ti è accanto ha tirato di colla fino alle 5 o si è ubriacato fino all’alba non è facile, con l’odore di canale e il suo caldo asfissiante che ti appiccicano alla pelle, mentre fuori il freddo della notte ghiaccia strade e alberi che fanno da contorno a centinaia di palazzi di epoca comunista allineati uno dopo l’altro come monotoni alveari.

“Che ci fa Ri. già sveglio? Sta arrivando il temporale?” chiedo con ingenua ironia guardando fuori dalla finestra. “No no” risponde serio Ro., “è che ha preso fuoco il canale!”. Lo dice con la semplicità che utilizzerebbe per dire che la mamma è andata al supermercato o che la Steaua ha vinto il derby 2 a 0. “Non ho capito….” balbetto, “Puoi ripetere?”. “Sì, Tineretului. Il canale. Ha preso fuoco”. Penso scherzi. Ma è serio. E tranquillo. Affiorano decine di domande. Tutte insieme. Mi esce solo un banale “Come sta?”. “Bene, lui non c’era quando ha preso fuoco tutto. Ha dormito da me stanotte”.

Mi tranquillizzo mezzo secondo, poi contestualizzo che Tineretului è il gruppo più grande tra quelli con cui collaboriamo: 12-15 dei beneficiari di Parada vivono lì, tra le quattro entrate, o per meglio dire tombini, che portano al labirinto di cunicoli sotterranei dove i ragazzi cercano riparo dal freddo dell’inverno. Caravana, l’Unità Mobile, visita il gruppo una sera sì e una no, e i ragazzi sono partecipanti attivi di praticamente tutti i nostri servizi, dall’artistico all’educativo al calcio. E soprattutto vengono tutti i giorni al centro, dato che vivono a 500 metri scarsi. Mi prende il panico: penso a P. e ai suoi 6 anni, tutti passati sottoterra; a C., sua nonna, che lei chiama mamma, dato che la sta crescendo; a I. e F. che si amano tra un litigio e l’altro; a P., L. e T., con cui ho condiviso infinite partite di pallone; a V. e ai suoi occhi perennemente tristi; a S. e alla sua snervante irriverenza che maschera un disagio enorme…

Mi scopro agitato: “Mi dici come stanno gli altri?”, lo incalzo. Risposta tranquilla, un poco stizzita “E cosa ne so io?”. “Al diavolo” penso, dimenticando che ha 14 anni, e dico “ok lascia perdere, mettiti la giacca e andiamo”. Faccio le scale e recupero il materiale a tempo di record e dopo meno di cinque minuti siamo al canale, dove ci accoglie il gruppo interamente fuori, all’aperto. Vedo per primo G., che la mattina dopo parte per la Spagna, dove raggiungerà la sorella, che non vede da 14 anni e ha deciso di prendersi cura di lui, malato di AIDS e TBC, che un anno fa pesava 52 chili scarsi e ora è tornato a pesarne più di 70: “Sergio, abbiamo rischiato di rimanerci secchi!” mi dice col suo sorriso sdentato. Se è spaventato non lo dimostra, al contrario sembra tranquillo. E’ solo arrabbiato perché non ha fatto in tempo a prendere il cappellino che M. gli aveva regalato la settimana prima e che voleva portarsi in Spagna. Penso alla sorella che ha insistito per cambiare il volo Bucarest – Madrid per anticiparlo di una settimana, preoccupata per il suo stato di salute. Mi è sembrata un’esagerazione: “Dopo vent’anni passati in strada, dici che lo ammazzerà questa settimana in più?” le ho chiesto con la speranza che evitasse di spendere 50 euro per la modifica, convinto potessero tornarle utili in altri modi più costruttivi. Alla fine ha insistito talmente tanto che abbiamo cambiato. Ora mi sento sciocco: abituato a vedere gente che vive in queste condizioni tutti i giorni mi ci sono abituato al punto da scordarmi i tanti rischi connessi.

“E’ stato T.!” mi urla C., la nonna di P.: “era ubriaco e ha appoggiato male la candela: una coperta ha preso fuoco. Poi il materasso. Poi tutto”. “Colpa di T.”. “Colpa di S.”. “Colpa di P.”. Uno ubriaco, l’altro strafatto di colla. Sacche di disagio che generano situazioni al limite dell’incredibile. Guerre tra poveri inconsapevoli di ciò che accade attorno a loro, per cui conta solo un quotidiano fatto di lotte, a volte vinte a volte perse, per vivere la vita il più degnamente possibile. Penso che non conta chi è stato. Tutti sono come la piccola P. cresciuti tra traumi, disagi, disattenzioni, menefreghismi. L’educazione è importante. Così come l’affetto. Dura crescere da soli e autoeducarsi. Oppure con una mamma o un papà che da piccoli erano picchiati (da nonni e nonne che da piccoli erano picchiati, e così via). La catena la spezzi solo se vai oltre il primo impatto e le facili soluzioni superficiali.

Penso che è andata bene, poteva essere una tragedia. Penso a P., la mascotte saltellante di Parada. Chiedo dov’è. “Al centro diurno a farsi una doccia calda: si è ghiacciata qui fuori!”. Povera piccola, immagino che spavento e freddo a sei anni possano lasciare brutti traumi nella memoria. “Deve aver fatto l’altra strada perché in auto non l’ho vista. V. e S.?”. “Scappati in tempo, a un certo punto sono andati a dormire su un pianerottolo di un palazzo che ha la porta aperta.”. Li troverà qualche condomino che, passata la paura iniziale, li sbatterà fuori. Almeno ci hanno guadagnato qualche ora di sonno. Giro lo sguardo al canale. Esce fumo da tutte le quattro entrate.

“Avvicinati”, dice C. “Ti faccio vedere”. Arrivo sul bordo ma un’ondata di caldo e fumo mi investe la faccia: impossibile non soltanto scendere, ma anche guardare cosa succede sotto. “Dobbiamo ringraziare S.” mi confessa, “è lui che ha svegliato tutti dando l’allarme: se non fosse stato per lui, avremmo fatto tutti la fine del topo”. L’hanno scampata davvero bella. C. è spaventata. “Dai che è andata bene” cerco di sdrammatizzare, “ora andate al centro e poi ci pensiamo”. “Mica tanto” dice lei, “avevamo già traslocato tutto giù per l’inverno: vestiti, materassi, coperte, oggetti…”. Tutto in fumo.

Penso a L. e al suo magazzino: un mesetto fa, con degli amici giornalisti in visita, siamo scesi a fare delle foto alla sua parte di canale, ordinata e pulita (per quel che può essere pulito un canale dell’acqua calda) come mai ne ho visti. Ricordo il suo sguardo fiero nel mostrarci vestiti “di tre anni fa” mantenuti come nuovi con meticolosità, perché “tutto può tornare utile nella vita, basta saperlo conservare bene”. Il suo tesoro fatto di vecchi maglioni e materassi. Mi prende un nodo allo stomaco. Ri. e Ro. mi incalzano: “Andiamo o no, è tardi?”. Gli allenamenti… avevo dimenticato. In effetti dobbiamo scappare, siamo già in ritardo. “C. non ci pensare, in qualche modo farete…faremo…intanto vai a mangiare qualcosa di caldo e bere un the al centro diurno….una doccia calda e ti rilassi, poi vediamo”. “Si ma G.? Dov’è G.?”. Lo dice con tono triste. Ma non ho la più pallida idea di chi stia parlando.

G. è un ragazzo che vive in strada. Non è un beneficiario di Parada. Ma è uno di quei ragazzi che girano gruppi di strada a seconda delle stagioni: i gruppi hanno una parte storica ma anche una certa mobilità. Questo G. non so chi sia. “Ha 25 anni più o meno. E’ arrivato qualche giorno fa. E’ buono…”. “Ma non ha un telefono?”. “E’ spento”. “Quando lo avete visto l’ultima volta? Può darsi non sia tornato ieri. O che sia uscito”. “Era con noi a dormire ieri”. Lo sguardo della mamma cui non sfugge niente, abituata a contare i propri cuccioli per assicurarsi che stiano bene, ad assicurarsi che il gruppo sia unito. “Forse è scappato e si è messo a dormire in qualche palazzo” mi dice con un poco di speranza. Partiamo per l’allenamento. Con un sasso sullo stomaco e la frenesia del “dobbiamo fare qualcosa per aiutarli”. Ri. e Ro. hanno fame: ci fermiamo a prendere un pezzo di pizza e arriviamo al terreno di calcio, in ritardo di mezz’ora. Gli allenatori stanno correndo coi bambini. Io mi metto a fare telefonate, perché la giornata è piena di cose da fare.

La conferma che G. è morto è arrivata la sera, confermata dai pompieri che hanno visitato il canale. G. è stato seppellito lunedì a Pietra Neamt, dalla sua famiglia, che non lo vedeva da anni. Probabilmente non si è svegliato in tempo. Qualcuno dice che, come T., si è addormentato ubriaco accanto alla lampada che ha preso fuoco. Poteva essere P. o C. o S. o V. Avrei sofferto come un matto. Non lo conoscevo. Egoisticamente parlando è meglio così. E mentre lo dico me ne vergogno. Aveva 25 anni. E il diritto di vivere una vita dignitosa. Ogni giorno i ragazzi gli mettono un piatto di cibo, biscotti o pasta, e un bicchiere d’acqua, per nutrire il morto come da tradizione ortodossa. “Facciamo quello che possiamo” mi dice V. con le lacrime agli occhi. Viene da piangere anche a me.

Purtroppo anche questa è Bucarest. Parada ha bisogno del tuo aiuto, il numero di persone che seguiamo durante l’anno si avvicina a 500 e per continuare ad offrire sostegno materiale e sociale, per distribuire prodotti di prima necessità, per continuare a monitorizzare il fenomeno dei bambini e delle persone che vivono per le strade di Bucarest l’aiuto di chi c’è vicino è indispensabile“.

Sergio Dalla Cà di Dio – Parada Italia ONLUS

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