L'Opinione
6 Febbraio 2015

Simone Maria Da Conceiçao – Pedagogia interetnica: percorsi d’integrazione attraverso i figli

“L’esperienza migratoria, com’è accaduto anche a me, espone le famiglie alla riformulazione della propria identità, oltre che al rischio della perdita delle stesse “basi sicure”, e così i figli diventano il mezzo ancora inconsapevole di passaggio da un sistema identificatorio all’altro.

Proprio la scuola, giacché spazio focale della quotidianità e luogo delle modificazioni interattive tra adulti e giovani, rappresenta un micro-ecosistema per comprendere le fenomenologie sociali e cognitive che marcano questa transizione. I genitori, con i propri figli, sono chiamati in causa dal mondo della scuola sia dagli obblighi formali sia dalle risonanze, dagli echi e dalle implicazioni di ordine culturale e conoscitivo di cui i figli sono portatori. Gli allievi stranieri si trovano impegnati in un compito di facilitazione o mediazione formativa, perché conducono i propri genitori verso mete, valori, modi di essere e di fare altrimenti meno percepibili e sperimentabili da costoro.

Credo che la scuola debba diventare ancor di più uno strumento di educazione per adulti stranieri, non solo perché essa li chiama ad alcuni compiti inconcepibili nelle culture scolastiche di provenienza ma perché riesce a fornire un’altra versione dell’essere immigrato. A tal riguardo, particolarmente difficile è il contatto con genitori di allievi della scuola materna e di quella primaria perché vi attribuiscono poca importanza, poiché nella loro cultura è il nucleo famigliare che educa i figli nella prima decade di vita. I figli sono fattore e momento di apertura del micro-sistema alla cultura in cui sono approdati, hanno la funzione di veicolo di modificazione dei sistemi cognitivi, quindi dei punti di riferimento più profondi. I bambini apprendono dalla scuola e i genitori dai bambini.

Occorre quindi che la scuola diventi la “nuova base” della difesa dell’identità di ognuno, dell’identità globale, del rispetto delle culture altre, per una futura società libera, multietnica. La scuola può proporsi come una delle agorà (luogo d’incontro, festa, reciproca conoscenza) nelle quali, attraverso i figli, vivere momenti di educazione interculturale tra adulti. Non si tratta solo di scoprire gli altrui mondi, ma di sviluppare comportamenti volti a individuare gli stili più idonei a comunicare con chi è differente per etnia e visione religiosa della vita. Per questo motivo, la pedagogia interculturale deve essere supportata da valori democratici, condizioni normative volte ad assicurare legittimità a tutte le culture conviventi, affinché ci sia una reciproca accettazione di un minimo di valori comuni, in assenza dei quali ogni forma di comunicazione è inibita sul nascere. Bisognerebbe anzitutto accettare la profondità delle diversità e poi scoprire che cosa siano tali differenze per costruire infine un vocabolario comune.

E non si può intervenire con l’educazione alla mondialità, l’educazione internazionale o globale solo nei momenti di crisi e di vivere sociale o quando il mondo appare diviso dai particolarismi etnici e dalle guerre. È in queste situazioni che riappare con più forza l’esigenza di un progetto pedagogico capace di educare non solo al radicamento nel proprio ambiente ma anche all’apertura verso la globalità. Considerata non di rado un’utopia pedagogica, l’educazione al mondo in realtà esprime la concreta necessità di promuovere un’intelligenza complessiva della vita e dei problemi, la capacità di cogliere le connessioni e l’interdipendenza, rafforzando il senso di appartenenza a una terra comune, e lo spirito di rispetto, comprensione e solidarietà. Tale esigenza si colloca perciò nel vivo della realtà storica e dentro le esperienze collettive, dove agiscono i fattori sociali, politici, economici, allo scopo di orientare il vivere comune.

Il mio sogno è di vedere un giorno, nelle scuole primarie e secondarie, l’inserimento dell’educazione interculturale perché è un modello che si oppone a omologazione, standardizzazione, massificazione ed invece aiuta a far emergere i profili e le immagini singole. E la mente impara ad essere interculturale facendo intercultura e quindi partecipando al cambiamento, scoprendo le differenze e ritrovandole attorno a sé nella vita quotidiana; a prescindere se ho oppure no uno straniero in classe. L’intercultura deve portare ad un reciproco ascolto e non ad un’assimilazione poco rispettosa della diversità/particolarità o viceversa ad un’esaltazione delle culture dei gruppi minoritari, all’esclusione dei concetti d’identità culturale e di appartenenza etnica, in nome della ricerca di valori universali (quali l’uguaglianza dei diritti/doveri delle pari opportunità), ma arrivare al concetto di pluralità culturale e, quindi, ad un giusto equilibrio tra le diverse variabili del processo.

E non come ho vissuto e come ho visto in alcuni luoghi formativi, dove gli operatori consideravano l’alunno straniero come un’emergenza o una necessità immediata, offrendo risposte “frettolose” e improvvisate, piuttosto che organizzare con la dovuta attenzione interventi articolati, trasversali, continuamente inspirati al coinvolgimento, alla condivisione interna ed esterna. Prova ne è che le voci “Famiglia” e “Extra-scuola” poco rientrano nel progetto educativo dell’istituzione scolastica. L’ambiente scolastico deve offrire un insieme di opportunità, un clima di apertura verso le differenze, un ambiente che comunica, con atteggiamenti e comportamenti, sicurezza e solidarietà. Quando l’ambiente diventa un luogo dell’inter-scambio non vive più “alla giornata”, ma elabora un piano d’interventi che sono l’espressione di un patto condiviso, per diventare il luogo dei “villaggi culturali”, dove l’alterità è riconosciuta come identità e risorsa ed il confronto delle filosofie di vita e della reciprocità dei bisogni arricchisce l’esistenza di tutti”.

Simone Maria Da Conceiçao – presidente M.U.N.I. Movimento e Unione Nazionale Interetnica Onlus

Simone Maria Da Conceiçao

Presidente

M.U.N.I. Movimento e Unione Nazionale Interetnica Onlus

Italia

Nata a Rio de Janeiro, cresce a Milano dall’età di 6 anni e dal 2001 vive a Napoli. Laurea in Scienze della Formazione indirizzo Scienze dell’Educazione – Esperto nei processi formativi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, master in Human Resources Management. Dal 1998 lavora come selettore, formatore e docente nel campo delle Risorse Umane, specializzandosi nella comunicazione relazionale (Team Building, Team Working, Time Management, Leadership, PNL, Analisi Transazionale, Problem Solving) e nell’outdoor training. È stata organizzatrice volontaria del Corso Universitario multidisciplinare di “Educazione allo Sviluppo” per Unicef Italia a Milano; Tutor/Formatore tirocinante per l’agenzia John Casablancas di Milano; Coordinatrice nell’ambito del progetto “Formazione per donne rifugiate” denominato “Case Alloggio”, promosso a Napoli dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Collabora come Mediatrice Interculturale per la Caritas di Napoli e con altre cooperative ed associazioni che si occupano d’immigrazione. È presidentessa e fondatrice di M.U.N.I. Movimento e Unione Nazionale

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