LA RIFORMA
«RIVALUTIAMO L'INTELLIGENZA DELLE MANI»
Francesca Barbieri
18 Luglio 2012
«Il mercato ha bisogno di flessibilità e di competenze sempre aggiornate». Secondo Stefano Colli-Lanzi, amministratore delegato di Gi Group, «il problema da affrontare è quello educativo e della possibilità di realizzare percorsi professionali che facciano crescere le chance d'impiego. Da questo punto di vista le agenzie per il lavoro possono dare un grande supporto a persone e aziende: offrendo l'esperienza positiva di incontrare buoni esempi, nelle imprese come a scuola, mostrando ai giovani che non bisogna mai stancarsi di imparare».
Dai risultati del rapporto «I giovani e la visione disincantata del lavoro» emerge che un ragazzo su quattro ha ancora il mito del posto pubblico.
Se lo aspettava?
Sinceramente no, ma questo dato purtroppo va di pari passo con il mito - evidentemente duro da scalfire - del posto fisso a tutti i costi, anche se si rivela improduttivo. E contribuisce a portare il Paese nelle secche in cui oggi si trova. Mai come in questo periodo si tratta, invece, di imparare a riconoscere che è necessario dare il proprio contributo, generando valore, per il bene comune. Per farlo bisogna capire che i propri talenti sono il punto di partenza, che bisogna lavorare su di sé, sviluppare competenze, essere disponibili a investire sull'oggi per il domani. I ragazzi hanno ancora scarsa considerazione del lavoro manuale.
Come si supera questo pregiudizio?
Si tratta di un grave problema culturale che nasce dall'idea errata che i ragazzi di "serie A" fanno il liceo e gli altri i lavori manuali. Come se uno non potesse avere come talento "l'intelligenza delle mani", che tanto ha contribuito alla costruzione sana di questo Paese. Un pregiudizio così radicato si supera attraverso esempi positivi già in atto - penso a scuole professionali eccellenti che stanno sviluppando ottime competenze, talvolta anche operando nel l'area del disagio giovanile - riducendo il disallineamento scuola-lavoro con iniziative di orientamento professionale. Gi Group ha, per esempio, dedicato gli ultimi due anni ai giovani mettendo in campo numerose iniziative, sia attraverso Gi Group Academy - la nostra fondazione che ha la mission di contribuire a sviluppare la cultura del lavoro, intesa come educazione al valore personale e sociale del lavoro - sia realizzando numerosi Gi Day in tutta Italia, eventi che hanno proprio l'obiettivo di orientare i giovani a percorsi formativi e professionali efficaci.
Quali sono i dati più preoccupanti che emergono dal rapporto? Quali invece i segnali incoraggianti?
Incoraggiante è certamente sentire i giovani affermare che la perseveranza è fondamentale per trovare lavoro: in un momento difficile capiscono che non devono arrendersi e non possono stare ad aspettare inerti. Preoccupante, invece, è la pesante disillusione che emerge circa il sistema: innanzitutto perché vedono che l'impresa è raramente meritocratica e poi perché si accorgono dello scarso collegamento tra il percorso di studi svolto e il lavoro che si può trovare. Ma il dato più preoccupante è l'assenza di desiderio di recarsi in Paesi emergenti. Paradossalmente, sono i genitori che li spingerebbero volentieri all'estero.
La riforma del lavoro, che entra in vigore oggi, consentirà ai ragazzi di avere maggiori chance occupazionali?
Temo non darà molte opportunità perché è rimasta un po' a metà del guado, risultando piuttosto disorganica: un po' più di flessibilità in uscita - ma con modifiche troppo poco chiare per essere efficaci nel breve - e un po' più di rigidità in entrata, senza fare però davvero "pulizia" delle forme contrattuali spurie largamente in uso. Anzi: l'attuale testo ha paradossalmente contribuito a dare luogo alla richiesta da parte delle associazioni datoriali di continuare a utilizzare contratti che, in realtà, non garantiscono adeguati diritti. Piuttosto che non dare lavoro - si dice - è meglio continuare a usare partite Iva, contratti a progetto e simili, finendo così, ancora una volta, in una logica ribassista che spinge le aziende a non puntare alla creazione di valore, e offre alle persone a condizioni lavorative sempre più precarie. Tutto ciò non favorisce certamente l'inserimento dei giovani. Solo sull'apprendistato si è fatto qualcosina, ma non basta.
Ci sono modelli stranieri che potrebbero ben applicarsi all'Italia per favorire l'inserimento dei giovani nel mercato del lavoro?
Sì: uno su tutti è quello tedesco, dove l'apprendistato funziona davvero, consentendo ai giovani di imparare lavorando. In questo sistema la formazione viene fatta bene e in chiara relazione con il posto di lavoro, ci sono meno oneri burocratici e anche i costi per l'imprenditore sono vantaggiosi. Chiediamoci come mai un giovane tedesco accetta di guadagnare il 30% del corrispettivo assunto e, invece, in Italia, anche se la retribuzione è dell'80%, i giovani spesso non terminano il percorso da apprendista: forse perché in Germania con l'apprendistato si acquisisce davvero employability?
Il Sole 24 Ore Pag. 18
Dai risultati del rapporto «I giovani e la visione disincantata del lavoro» emerge che un ragazzo su quattro ha ancora il mito del posto pubblico.
Se lo aspettava?
Sinceramente no, ma questo dato purtroppo va di pari passo con il mito - evidentemente duro da scalfire - del posto fisso a tutti i costi, anche se si rivela improduttivo. E contribuisce a portare il Paese nelle secche in cui oggi si trova. Mai come in questo periodo si tratta, invece, di imparare a riconoscere che è necessario dare il proprio contributo, generando valore, per il bene comune. Per farlo bisogna capire che i propri talenti sono il punto di partenza, che bisogna lavorare su di sé, sviluppare competenze, essere disponibili a investire sull'oggi per il domani. I ragazzi hanno ancora scarsa considerazione del lavoro manuale.
Come si supera questo pregiudizio?
Si tratta di un grave problema culturale che nasce dall'idea errata che i ragazzi di "serie A" fanno il liceo e gli altri i lavori manuali. Come se uno non potesse avere come talento "l'intelligenza delle mani", che tanto ha contribuito alla costruzione sana di questo Paese. Un pregiudizio così radicato si supera attraverso esempi positivi già in atto - penso a scuole professionali eccellenti che stanno sviluppando ottime competenze, talvolta anche operando nel l'area del disagio giovanile - riducendo il disallineamento scuola-lavoro con iniziative di orientamento professionale. Gi Group ha, per esempio, dedicato gli ultimi due anni ai giovani mettendo in campo numerose iniziative, sia attraverso Gi Group Academy - la nostra fondazione che ha la mission di contribuire a sviluppare la cultura del lavoro, intesa come educazione al valore personale e sociale del lavoro - sia realizzando numerosi Gi Day in tutta Italia, eventi che hanno proprio l'obiettivo di orientare i giovani a percorsi formativi e professionali efficaci.
Quali sono i dati più preoccupanti che emergono dal rapporto? Quali invece i segnali incoraggianti?
Incoraggiante è certamente sentire i giovani affermare che la perseveranza è fondamentale per trovare lavoro: in un momento difficile capiscono che non devono arrendersi e non possono stare ad aspettare inerti. Preoccupante, invece, è la pesante disillusione che emerge circa il sistema: innanzitutto perché vedono che l'impresa è raramente meritocratica e poi perché si accorgono dello scarso collegamento tra il percorso di studi svolto e il lavoro che si può trovare. Ma il dato più preoccupante è l'assenza di desiderio di recarsi in Paesi emergenti. Paradossalmente, sono i genitori che li spingerebbero volentieri all'estero.
La riforma del lavoro, che entra in vigore oggi, consentirà ai ragazzi di avere maggiori chance occupazionali?
Temo non darà molte opportunità perché è rimasta un po' a metà del guado, risultando piuttosto disorganica: un po' più di flessibilità in uscita - ma con modifiche troppo poco chiare per essere efficaci nel breve - e un po' più di rigidità in entrata, senza fare però davvero "pulizia" delle forme contrattuali spurie largamente in uso. Anzi: l'attuale testo ha paradossalmente contribuito a dare luogo alla richiesta da parte delle associazioni datoriali di continuare a utilizzare contratti che, in realtà, non garantiscono adeguati diritti. Piuttosto che non dare lavoro - si dice - è meglio continuare a usare partite Iva, contratti a progetto e simili, finendo così, ancora una volta, in una logica ribassista che spinge le aziende a non puntare alla creazione di valore, e offre alle persone a condizioni lavorative sempre più precarie. Tutto ciò non favorisce certamente l'inserimento dei giovani. Solo sull'apprendistato si è fatto qualcosina, ma non basta.
Ci sono modelli stranieri che potrebbero ben applicarsi all'Italia per favorire l'inserimento dei giovani nel mercato del lavoro?
Sì: uno su tutti è quello tedesco, dove l'apprendistato funziona davvero, consentendo ai giovani di imparare lavorando. In questo sistema la formazione viene fatta bene e in chiara relazione con il posto di lavoro, ci sono meno oneri burocratici e anche i costi per l'imprenditore sono vantaggiosi. Chiediamoci come mai un giovane tedesco accetta di guadagnare il 30% del corrispettivo assunto e, invece, in Italia, anche se la retribuzione è dell'80%, i giovani spesso non terminano il percorso da apprendista: forse perché in Germania con l'apprendistato si acquisisce davvero employability?
Il Sole 24 Ore Pag. 18







