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Botte e sveglia alle 5 per far studiare l’arabo ai bambini: i ragazzi affidati a una comunità

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Frustati a sangue sulle mani con un cavo elettrico. Legati a una sedia e costretti per ore a studiare l’arabo. Niente giochi, niente balocchi. Solo lo studio, le preghiere, il rispetto della tradizione. Era questa la vita a cui erano costretti quattro bambini di origine egiziana, tre femmine e un maschietto. Il dramma di questa infanzia fatta di doveri e rigido rispetto delle regole senza un briciolo d’affetto, è ora agli atti di un processo che vede i genitori, di 37 e 44 anni, sul banco degli imputati con l’accusa di maltrattamenti in famiglia. Non è una storia qualsiasi quella di Fatima e dei suoi fratelli. È una storia che racconta di uno scontro di culture: di un padre e di una madre che hanno cercato fortuna in Italia, respingendo con forza l’educazione occidentale e sottomettendo i figli al proprio credo religioso e alle proprie convinzioni sociali.

Ora le ragazzine e il fratellino, che hanno tra i dieci e i 18 anni, vivono in una comunità protetta e con l’aiuto di educatori e psicologi stanno cercando di affrontare gli incubi del passato. Solo la sorellina più piccola di due anni è rimasta a vivere con la mamma. I ragazzini non testimonieranno in aula, non saranno costretti a rivivere le angherie di un tempo. I loro segreti sono affidati a temi scolastici e a video registrati durante le audizioni protette alla presenza del loro avvocato, Emanuela Martini. La loro voce, incisa sul nastro, racconta di come vivessero in sette in una sola stanza senza riscaldamento e con il bagno esterno. Del cibo che scarseggiava, della sveglia alle cinque del mattino per pregare, delle interminabili ore sui libri di arabo, del velo che le ragazzine erano costrette a indossare e della scuola di arabo tutti i sabati e le domeniche. E poi del cavo elettrico, di come il papà lo usasse per picchiarli e legarli alla sedia per costringerli a imparare a memoria i testi in arabo o per punirli ogni volta che provano a dire no. Nei loro ricordi ci sono solo i lividi e quelle piccole cicatrici sulle mani, lasciate dal filo elettrico. E sono state proprie quelle cicatrici a salvarli, a portare alla luce le umiliazioni. A denunciare gli abusi sono state le insegnanti di sostegno della scuola Muratori che ieri hanno testimoniato in aula.
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