Rassegna stampa

Quando è necessario mostrare la foto di un bimbo che muore

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Si può pubblicare la foto di un bambino siriano dopo un attacco chimico? Si può. In qualche caso, si deve. È la nostra risposta angosciata, e non potrebbe essere altrimenti. Non c’è giornale, televisione o sito d’informazione che non si sia posto il problema, in queste ore. L’attacco chimico a Douma, nella periferia orientale di Damasco, non ha risvegliato solo governi cinici e presidenti superficiali. I gas del regime contro i civili nei rifugi — l’ultima vergogna di una serie iniziata nel 2013 — hanno svegliato anche le coscienze nelle redazioni in tutto il mondo. Le immagini sono arrivate, anche quelle delle piccole vittime: mostriamo tutto, mostriamo qualcosa, non mostriamo nulla? La scelta si ripresenta con orrenda periodicità. Ricordo che, al Corriere, ci siamo trovati davanti allo stesso angoscioso dilemma dopo la strage nella scuola di Beslan, in Ossezia, nel 2004; quando Alan, tre anni, un bambino siriano di etnia curda che fuggiva con la famiglia da Kobane, è stato trovato morto sulla spiaggia di Bodrum in Turchia nel 2015; dopo gli attacchi terroristici sul lungomare di Nizza nel 2016 e sulla Rambla di Barcellona nel 2017.

La scelta di mostrare tutto è difficile: può urtare la sensibilità di alcuni lettori/utenti, ma non può esistere il sospetto che sia un modo di speculare sui minori. Se qualcuno pensasse che un giornale pubblica certe foto per suscitare curiosità morbosa è fuori strada. Nei media abbiamo molte colpe — anche quella di indulgere sul crimine, soprattutto in televisione — ma non questa. La fotografia di un bambino morente è uno strazio. Per chi ha scattato la foto, per chi la pubblica, per chi la vedrà.

Continua…

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