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Sumo: una tradizione anche per i bambini

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La tarda primavera e’ una stagione importante per il sumo, con grandi tornei che, come quello di Tokyo al mitico Ryogkoku Kokugikan, quest’anno evidenziano un rilancio di popolarità. Non c’e’ da stupirsene: dopo alcuni anni di relativa stanca – tra alcuni scandali e il predominio di grandi campioni non giapponesi – la recente ascesa al rango di “yokozuna” (supercampione) di Kisenosato ha fatto del ragazzo di Ibaraki una vera e propria star e ha contribuito al ritorno di lunghe code anche notturne alla biglietteria.

Era del 1998 con Wakanohana – seguito poi da 4 mongoli e un hawaiiano – che un giapponese non saliva nell’olimpo dei supercampioni di una disciplina che più nipponica non si può. Si potrebbe pensare che il sumo sia per forza di cose uno sport sostanzialmente elitario, nel senso di essere limitato a un numero ristretto di atleti che si sottopongono a un duro training. In ambito professionale e’ cosi’. Ma il sumo fa parte integrante della cultura giapponese anche a livelli pratici.  La tarda primavera e’ la stagione in cui non pochi piccoli giapponesi incontrano il sumo, quando sono nati solo da pochi mesi. I genitori li portano al tempio seguendo una tradizione risalente ad almeno 400 anni e li mettono in braccio ai voluminosi atleti di sumo, che scuotendoli cercano di farli piangere: più piangono, più cresceranno sani e avranno una vita lunga, almeno secondo credenze ancestrali.

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