News

Armi in casa e bambini che uccidono: vittime o assassini?

Detenzione di armi per uso domestico e omicidi commessi da minori in modo accidentale. Piattaforma Infanzia ha incontrato Rita Giorgi, pedagogista e criminologa, Coordinatore scientifico del Centro per gli Studi Criminologi.

In diverse culture è tradizione possedere armi in casa e sempre più spesso la cronaca nazionale e internazionale racconta avvenimenti drammatici che hanno come assassini i bambini. Minori che entrano in possesso di oggetti proibiti e malamente custoditi in casa. Abbiamo parlato di questo fenomeno con Rita Giorgi, pedagogista e criminologa, Coordinatore scientifico del Centro per gli Studi Criminologi.

Sicuramente il minore che usa involontariamente un’arma cagionando il decesso di chi è colpito non sarà immune dal vivere un trauma di carattere psicologico importante. La letteratura ci dice che la gravità del trauma sembra essere direttamente proporzionale alla probabilità di sviluppare un disturbo e alla severità dello stesso, tanto che per traumi di particolare rilevanza la probabilità sale fino a 50 volte rispetto alla media ed i bambini che hanno subito traumi psicologici prima dei 16 anni hanno una probabilità tre volte superiore rispetto agli altri di sviluppare una patologia psichiatrica (psicosi) nella vita adulta”. In Paesi come gli Stati Uniti, dove possedere un’arma è un diritto, accade molto spesso che bambini e adolescenti siano a contatto diretto con armi da fuoco, “in altri stati, come per esempio in Giappone, vi è un divieto assoluto di portare armi, a cui, soltanto in rari e difficili casi, si può fare eccezione e dove le leggi che ne regolano il possesso sono severissime. Questo divieto assoluto comporta per esempio, che in Giappone raramente le armi da fuoco causano più di una decina di morti l’anno”, dichiara Rita Giorgi.

Ma, come possiamo definire un bambino che commette un gesto del genere? Come criminale o come vittima di un’usanza discutibile. “Un’usanza deprecabile. Gli uomini imparano dalla osservazione e dalla imitazione del comportamento altrui. E’ quindi inevitabile che i bambini imparino dagli adulti. Viene chiamata la ‘teoria dell’apprendimento sociale’. Se un minore viene esposto a comportamenti di aggressività e violenza, non potrà che riprodurli, imitando l’adulto con un conseguente logoramento della sensibilità nei rapporti con gli altri esseri viventi. Diminuisce la capacità empatica nei confronti della sofferenza psicologica e fisica di un altro individuo”. Secondo la dottoressa Giorgi, quindi, un bambino che vede armeggiare il padre con la pistola l’acquisirà come strumento consueto dell’economia domestica e non vorrà altro che replicare l’esempio di cui dispone. Restrizioni più severe sul rilascio del porto d’armi, possono risultare un buon deterrente all’acquisto, mentre, “sul piano pedagogico e quindi educativo, occorre dedicare un’attenzione maggiore durante il processo di socializzazione, in cui il bambino apprende le forme sociali delle relazioni con gli altri, partendo proprio dalla famiglia. Poi c’è la scuola che deve insegnare il rispetto per le leggi e le regole, che non devono essere accettate passivamente per il solo timore che disattenderle implichi una pena, ma perché si comprenda che infrangerle comporta la responsabilità di un gesto che lede quel diverso da sé, provocando dolore e sofferenza”, conclude Rita Giorgi.

Paola Longobardi

 

 

Indietro
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
OK