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Assistenti sociali: immagine stereotipata e distorta

È emerso da una ricerca universitaria e la colpa sembra essere attribuita alla tv del dolore. Piattaforma Infanzia ha chiesto i motivi di questa visione direttamente alla Presidente del Consiglio nazionale degli assistenti sociali, Silvana Mordeglia.

Studiosi e docenti universitari di Germania, Italia e Gran Bretagna, hanno condotto una ricerca sulla percezione della figura dell’assistente sociale. I risultati? Non sono dei migliori. Una parte dell’indagine, inoltre, è riservata al settore dei media e in Italia i dati confermano che il grande spazio dedicato alla cosiddetta tv del dolore, avvia dei processi virtuali dall’esisto assolutamente scontato e a completo svantaggio della figura e dell’opera dell’assistente sociale. Piattaforma Infanzia ha chiesto i motivi di questa visione direttamente alla Presidente del Consiglio nazionale degli assistenti sociali, Silvana Mordeglia che sottolinea con forza “la sostanziale omogeneità degli elementi che sono emersi dalla ricerca: in ogni paese europeo esaminato – con sfumature diverse, ma non dissimili tra loro – si registra una diffusa disattenzione o, peggio, distorsione dei contenuti e della specificità della professione di assistente sociale. E’ emerso come sia ineludibile percorrere la strada del confronto con i mezzi e con gli operatori dell’informazione. Dobbiamo, ad esempio, uscire dal nostro linguaggio – per certi versi – gergale e interagire con il linguaggio, ma anche con i tempi ed i ritmi, propri della comunicazione mediatica. Dobbiamo, insomma, e su questa strada il Consiglio nazionale degli assistenti sociali è già da tempo orientato, cercare di essere noi a raccontare, sempre più e sempre meglio noi stessi”.

La figura dell’assistente sociale è rappresentata nel pensiero comune da una donna, etichettata da pregiudizi e luoghi comuni che la identificano come ‘ladra di bambini’, come una persona fredda o addirittura come la risolutrice eroica di situazioni di sofferenza e dolore. Non vi è una via di mezzo, eppure, nel ruolo che ricopre, sono tante le mediazioni che deve affrontare.

Una delle mission della professione riguarda il supporto alle famiglie, – continua Silvana Mordeglia  in particolare di quelle che vivono situazioni di difficoltà. Si tratta di un’attività particolarmente delicata specialmente in presenza di conflitti tra genitori che vedono la strumentalizzazione dei figli anziché l’attenzione ai loro bisogni. In questi casi, al fine di una buona risoluzione del conflitto, risulta fondamentale, oltre, naturalmente l’instaurare un rapporto fiduciario con gli ex coniugi, che rimangono sempre dei genitori che devono condividere la responsabilità, la fatica e la gioia di crescere dei figli, la collaborazione con le diverse figure professionali coinvolte, avvocati e magistrati in primis”.

Insomma, la ricerca fa emergere una negatività assoluta riferita alla professione, ma il Consiglio Nazionale degli Assistenti Sociali, sostiene che questa immagine è riduttiva e spesso distorta, nonostante rivesta un ruolo sempre più importante e indirizzato verso un’attenzione globale a persone, gruppi, forme diverse di famiglia, comunità locali, soggetti deboli, anziani, minorenni, migranti. “Una professione, quindi, che non fa della visibilità mediatica la sua mission e che sconta, sul piano dell’immagine pubblica, una presenza debole, intermittente, schiacciate da luoghi comuni e stereotipi. La sfida è quindi quella di comunicare il lavoro dei social worker per decostruire rappresentazioni negative sedimentate nel tempo”.

Paola Longobardi

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