News

Bambini e tubercolosi: cos’è, come si contrae e dove è diffusa

Nel mondo sono migliaia i bambini a rischio contagio e più della metà dei casi riguarda Sud-est asiatico e l’area del Pacifico occidentale, cui fanno seguito il continente africano, l’India e la Cina. Piattaforma Infanzia ha intervistato sull’argomento Giovanni Baglio, epidemiologo, e Lia Marrone infettivologa, medici dell’Istituto Nazionale Salute Migrazione.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un appello alla solidarietà globale per appoggiare una campagna che nei prossimi 20 anni metta fine all’epidemia di tubercolosi. Malattia endemica diffusa in molti Paesi del mondo, tra cui l’Italia che però rientra tra le nazioni a cosiddetta bassa endemia. Secondo i dati pubblicati nel Rapporto ECDC 2015, risulta che nell’anno 2013 ci sono stati 5,3 casi ogni 100mila abitanti. Piattaforma Infanzia ha intervistato sull’argomento Giovanni Baglio, epidemiologo, e Lia Marrone infettivologa, entrambe medici dell’Istituto Nazionale Salute Migrazione (INMP).

Più della metà dei casi di tubercolosi nel mondo riguarda il Sud-est asiatico e l’area del Pacifico occidentale, cui fanno seguito il continente africano, l’India e la Cina. Nell’Unione Europea i tassi di notifica dei casi di tubercolosi sono tra i più bassi del mondo: 12,7 per 100.000 nel 2013, con un decremento del 6% rispetto all’anno precedente”, dichiara Giovanni Baglio, il quale ci specifica che la tubercolosi o TBC, è una malattia batterica (dovuta all’agente eziologico Mycobacterium tuberculosis) che si trasmette per via aerea in seguito a contatto stretto e continuativo (per diverse ore o giorni) con persone che hanno la malattia in fase bacillifera, ovvero attiva.

È anche possibile contrarre l’infezione senza tuttavia sviluppare la patologia: in questo caso, il batterio rimane in fase latente per anni o addirittura per tutta la vita, e questo è ciò che in effetti più frequentemente accade, dato che solo il 10-15% di tutte le persone infettate si ammala di tubercolosi nel corso della propria vita”, afferma Lia Marrone, infettivologa. Ma chi è che ha maggiori rischi nel contrarre questa malattia? “Coloro che vivono in condizioni di povertà e marginalità: in questo senso la tubercolosi è una patologia infettiva solo a metà, in quanto il contesto sociale gioca un ruolo determinante in termini di insorgenza e di progressione della stessa”, continua la dottoressa Marrone.

A pagarne le spese i bambini che nelle diverse parti del mondo vivono in condizioni di povertà e scarsità igienica, mostrando la loro particolare vulnerabilità dovuta alle difficoltà a cui sono esposti. Abbiamo chiesto al dottor Baglio, epidemiologo, quali sono i problemi causati dalla malattia e quale il tasso di guarigione. “In Italia, nel 2013 il 4% dei casi di tubercolosi si è verificato in bambini con meno di 15 anni di età. Nei bambini, l’infezione tubercolare presenta un maggior rischio di progressione a malattia attiva (è pari al 15% negli adolescenti, al 24% nei bambini tra 1 e 5 anni e al 43% in quelli sotto l’anno di età) e può presentarsi con forme particolarmente gravi che coinvolgono, oltre ai polmoni, anche altri organi e apparati”.

La terapia della tubercolosi si avvale della combinazione di più farmaci che vanno assunti in maniera continuativa, per almeno 6 mesi, ottenendo la guarigione nel 95-99% dei casi. “Tuttavia, sono in aumento le forme multiresistenti, ossia non responsive ad alcuni dei farmaci comunemente utilizzati nel trattamento dell’infezione e, pertanto, occorre ricorrere a farmaci più costosi, non registrati per l’uso pediatrico e con maggiori effetti collaterali – continua Giovanni BaglioMentre in alcuni Paesi come l’Ucraina o il Sud Africa, la multiresistenza sta assumendo i connotati di una vera e propria emergenza sanitaria, in Italia le forme farmaco-resistenti rappresentano un problema marginale, nonostante il numero dei casi di TBC resistente sia in aumento”.

Il contrasto alla malattia è possibile attraverso il riconoscimento in fase precoce per avviare un trattamento di cura tempestivo, ma “la diagnosi può risultare particolarmente difficile soprattutto nei bambini, per questo occorre tenere alto il livello di attenzione. I programmi di prevenzione e gli interventi di sanità pubblica dovrebbero essere volti al miglioramento della sorveglianza sindromica e della notifica dei casi, all’appropriatezza dei percorsi di cura, oltre che all’individuazione e alla valutazione dei contatti”, aggiunge ancora l’epidemiologo dell’INMP. In ultimo, specificano ancora i medici dell’Istituto, è necessario incentivare la formazione degli operatori del settore sanitario rispetto alla malattia, al fine di aumentare la corretta percezione del problema, evitando inutili allarmismi.

Paola Longobardi

Indietro