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Bangladesh, dove i bambini sperano in un futuro migliore

Attraverso il racconto di Mani Tese, siamo andati in questo Paese dove la soglia di povertà è molto alta e la condizione dei bambini è piuttosto delicata.

Migrazioni interne, traffico di esseri umani e schiavitù. Sono i problemi principali che vedono coinvolti i bambini in Bangladesh. Attraverso la testimonianza degli operatori di Mani Tese, ong che opera sul territorio con programmi di sviluppo e protezione, Piattaforma Infanzia ha voluto dedicare attenzione a questo territorio che, seppur abbia compiuto molti progressi negli ultimi anni per raggiungere gli obiettivi del millennio, la soglia di povertà è ancora molto alta e a pagarne le conseguenze più importanti sono proprio i bambini. “Oltre 63 milioni di persone continuano a vivere al di sotto della soglia di povertà, su una popolazione di 162 milioni di abitanti”, dichiara a Piattaforma Infanzia Clara Castellucci, la responsabile della comunicazione che ci riporta i racconti e le parole degli operatori che sono sul posto. “La fragilità sostanziale delle istituzioni e delle politiche e legislazioni del paese fa sì che non vi sia una reale distribuzione della ricchezza e che i servizi di base siano carenti o del tutto assenti, specialmente nelle zone più periferiche e difficilmente accessibili”.

Una situazione che costringe ogni anno oltre un milione di persone a spostarsi all’interno del paese a causa di eventi climatici avversi. Inoltre, il Bangladesh rimane ancora oggi uno dei dieci paesi al mondo col maggior numero di persone ridotte in schiavitù. “E’ per questo che Mani Tese ha deciso di investire nell’istruzione precoce come strumento di rafforzamento ed emancipazione sociale delle fasce di popolazione più deboli. La capillarità del nostro intervento, che si propone di raggiungere zone di confine e persone fisicamente e socialmente distanti dal centro del paese, è intesa alla protezione proprio dei soggetti maggiormente vulnerabili come le donne e i bambini. Sostenere l’istruzione universale attraverso la scuola dell’infanzia e primaria, favorendo in particolare l’integrazione di bambine e ragazze, dei figli delle prostitute e dei bambini appartenenti alla minoranza Dalit, vuole dire promuovere l’idea dell’istruzione e della cultura come strumenti di emancipazione e protezione”.

Le storie di vita sono innumerevoli e, attraverso il racconto degli operatori di Mani Tese, facciamo un salto proprio in quei luoghi e in quelle realtà così difficili da vivere. Andiamo nel villaggio di Pashurdhar, sulle sponde del fiume Pashur, uno dei più remoti della Union di Bajua, priva di strade facilmente percorribili. “Gli abitanti di questo villaggio offrono la propria manodopera per poter fare due pasti al giorno, e la povertà è una presenza costante. Lifuja è nata in una famiglia così, figlia del defunto Sabur Mollik e di sua moglie Zohara Begum. Nonostante la povertà, i due coniugi si amano molto, e mettono al mondo sette figli, 4 maschi e 3 femmine. La più piccola si chiama Lifuja Khatun, che ci tiene particolarmente a studiare, nonostante la potenziale morsa della povertà”. Ma quando Lifuja ha 7 anni, perde il padre, gettando la famiglia in una condizione di estrema povertà e insicurezza. “Tutte le responsabilità famigliari sono andate a ricadere sulla madre di Lifuja, che ha cercato il più a lungo possibile di procrastinare il matrimonio dei propri figli, ma dovendo fronteggiare una situazione davvero drammatica, fu costretta a sposare due figlie, cercando di evitare il matrimonio di Lifuja data la sua forte volontà di proseguire gli studi”. È così che la piccola entra nel programma di istruzione scolastica della ong e nel 2014 consegue il diploma scuola secondaria. Una speranza per il futuro di Lifuja che altrimenti sarebbe stata costretta ad interrompere gli studi. La stessa speranza che anche gli altri studenti più poveri hanno nei loro cuori: avere un’istruzione adeguata e tentare una vita migliore per sé stessi e le proprie famiglie.

Paola Longobardi

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