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Come stanno le mamme del mondo? Lo rivela un rapporto sul benessere materno-infantile

Pubblicato da Save the Children, i dati sono riferiti a 179 paesi del mondo. Il migliore la Norvegia, il peggiora la Somalia. L’Italia? Al 12° posto.

Un rapporto che definisce la condizioni delle madri nel mondo. È quello pubblicato da Save the Children, contenente una classifica del benessere materno-infantile in 179 paesi del mondo. Prima fra tutte la Norvegia a cui fanno seguito Finlandia, Islanda, Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Spagna, Germania, Australia, Belgio. Luoghi in cui essere madre presenta i valori migliori di tutti gli indicatori utilizzati. Dall’altra parte troviamo la Somalia, risultata il peggiore posto al mondo per madri e bambini, preceduta da Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centroafricana, Mali, Niger, Gambia, Costa d’Avorio, Chad, Guinea Bissau, Haiti e Sierra Leone.

L’Italia si colloca al 12° posto tra le nazioni in cui mamma e figlio vivono meglio. Rispetto all’anno scorso retrocede di una posizione e la causa è legata ad una diminuzione della partecipazione delle donne al governo nazionale (30,1 per cento dei posti in parlamento nel 2015, contro il 30,6 del 2014) e degli anni dedicati allo studio e scolarizzazione (16 anni di formazione scolastica nel 2015 a fronte di 16,3 nel 2014). Stabili gli altri dati: il tasso di mortalità materna è di 1 donna ogni 17.100, il tasso di mortalità infantile è 3,6 ogni 1000 nati vivi.

Un focus centrale è quello effettuato sullo svantaggio urbano, ovvero sul grande divario che c’è tra i bambini poveri e quelli ricchi, sia in termini di accesso alle cure, sia in termini di vera e propria sopravvivenza.

Nella lotta alla mortalità e malnutrizione infantile c’è un nuovo fronte aperto, che è quello delle aree urbane, dove si trasferiscono, dalle campagne, sempre più famiglie nella speranza di assicurare migliori condizioni di vita ai propri figli. Ben il 54% della popolazione mondiale vi vive attualmente e la percentuale è destinata a toccare il 66% entro il 2050.  E solo negli slum, vivono oggi ben 860 milioni di adulti e minori”, sottolinea Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia. “Molte città non sono in grado di stare al passo con questa crescita tumultuosa, lasciando milioni di madri e bambini vulnerabili senza accesso a servizi sanitari di base, all’acqua potabile e al cibo di cui hanno bisogno per sopravvivere e rimanere in salute. Una condizione di ‘svantaggio’ che reclama interventi e azioni mirate”.

In Africa, Asia e America, il rischio di morire prima dei 5 anni di vita, è due volte superiore ai bambini che vivono nelle aree urbane più sviluppate. Percentuali che aumentano di circa cinque volte, se parliamo di Paesi quali Bangladesh, Cambogia, Ghana, India, Kenya, Madagascar, Nigeria, Perù, Ruanda, Vietnam e Zimbabwe.

Ma queste differenze non esistono solamente nei Paesi in Via di Sviluppo. Dal rapporto emerge che anche a Washington DC, un bambino che vive nelle zone più povere corre il rischio di morire entro il primo anno, 10 volte superiore a quello di un bambino benestante. Significativi ‘svantaggi nella sopravvivenza’ sono stati rilevati anche in città come Vienna e Berna.

Guerre, violenze, catastrofi, portano a condizioni di vita difficili, dove malnutrizione, tutela della salute e garanzia dei diritti, vengono negati quotidianamente, generando i drammi che purtroppo animano le cronache di tutto il mondo. E mentre in Somalia 1 bambino su 7 non arriva a compiere 5 anni e 1 donna su 18 muore per cause legate alla gravidanza o al parto, situazioni incoraggianti arrivano dall’Egitto e dalle Filippine, dove il grado di mortalità infantile è diminuito grazie ad un rafforzamento dei sistemi sanitari e alla gratuità dei servizi per le famiglie più povere.

Paola Longobardi

 

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