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‘Cuccioli del califfato’. Sono i piccoli combattenti dell’Is

Adolescenti sotto i 16 anni che una volta rapiti, vengono collocati nei campi di addestramento allestiti appositamente. E sembra proprio questa la sorte dei 500 bambini rapiti in Iraq.

Li chiamano ‘cuccioli del califfato’ e sono le reclute dello Stato islamico. Rapiti e condotti in campo di addestramento per imparare ad uccidere nel nome di Allah. E sembra proprio questa la triste sorte dei 500 bambini rapiti negli ultimi giorni in Iraq. Bambini soldato o kamikaze, così verranno impiegati i piccoli ‘cuccioli’, che spesso non sono neanche adolescenti. Continuano le violenze di questo gruppo di terroristi che combattono nel nome della religione, sconsacrando e bestemmiando con azioni del genere il loro stesso credo.

Adolescenti sotto i 16 anni che una volta rapiti, vengono collocati nei campi di addestramento allestiti appositamente. Campi da dove comincia l’incubo di tutti questi ragazzi, così come conferma la testimonianza di un giovane quattordicenne che dalla Siria è riuscito a fuggire dopo le torture subite. “Ero sicuro di morire, di abbandonare genitori, fratelli, amici. Hanno iniziato a frustarmi, a colpirmi con scariche elettriche per farmi confessare. Ho detto loro tutto”, racconta Ahmed all’inviato della BBC in Turchia, paese dove ha trovato rifugio. Chiamava la mamma, Ahmed, ogni volta che sentiva sul proprio corpo il dolore della scarica elettrica. Perché è proprio con la mamma che dovrebbe essere un ragazzino di 14 anni. Quella mamma che lontana dal proprio figlio avrà sofferto insieme a lui ogni singolo minuto dei giorni che li hanno separati. Ma lui, nonostante le violenze subite e i traumi a cui mai potrà porre rimedio in modo definitivo, ce l’ha fatta. È riuscito a scappare nonostante una condanna a morte sulle sue spalle. Deve la vita ad uno dei suoi aguzzini Ahmed, che impietosito lo ha lasciato scappare.

Questa è la storia di un ragazzo che per sopravvivere al conflitto siriano, vendeva il pane nelle strade. Un racconto che fa inorridire anche i torturatori stessi, così come accaduto al suo che oggi si sente in colpa per il male inflitto e che pentito di tutto spera nel perdono. Anche le Nazioni Unite hanno accusato l’Is e altri gruppi armati in Siria e in Iraq di rapire, torturare e uccidere i bambini. E in questa giornata in cui si celebrano i bambini innocenti vittime di aggressioni, leggere e raccontare storie del genere fa riflettere su quanto gli essere umani siano accecati dalla violenza gratuita e ingiustificata, affamati di potere e incrini alla corruzione. Il futuro sembra non avere più speranze, ma è proprio a questo che non bisogna cedere, bensì unire le forze per aprire uno spiraglio affinché un mondo migliore sia possibile.

Purtroppo non è la prima volta che l’Is recluta i bambini che a volte vengono utilizzati come combattenti, altre volte per le proprie propagande mediatiche e di diffusione del terrore. Quando sentiamo le storie che provengono dai miliziani dello stato islamico, pensiamo sempre che la violenza raccontata abbia raggiunto il limite, che poi ogni volta viene nuovamente messo in discussione e superato.

Paola Longobardi

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