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Dai campi di concentramento ai campi nomadi

Nel corso della storia alcuni episodi si ripetono. I rom continuano ad essere nei campi e i bambini a vivere nel disagio. Da Napoli, la testimonianza di un volontario Caritas.

Celebriamo la Giornata della Memoria tutti gli anni. Data che ci ricorda le atrocità commesse dall’essere umano su altri essere umani. Genocidio, olocausto, shoah, sono i termini che ci riconducono alle terribili uccisioni durante la Seconda Guerra Mondiale. In quegli stessi campi di concentramento, tra quei corpi senza vita, c’erano anche quelli di 500mila rom e sinti, i cui bambini divennero le cavie preferite dal dottor Mengele.

Oggi gli esperimenti medici non si fanno più, ma la popolazione rom e sinti rimane comunque segregata all’interno di campi, accrescendo quel pregiudizio e quell’odio che hanno fatto la storia. Negli anni Trenta, aumentano i controlli, gli sgomberi, le espulsioni dalle case popolari, le limitazioni in senso più ampio. E oggi rispetto a ieri cosa c’è di tanto diverso? Poco.

In differenti città italiane la popolazione rom e sinti continua ad essere segregata in campi, dove i minori sono costretti a vivere il più delle volte anche senza acqua, luce ed elettricità.

La scolarizzazione non è per tutti e coloro che riescono ad andare tra i banchi di scuola, subiscono comunque le angherie legate al pregiudizio e allo stereotipo che accompagna ogni giorno numerosi bambini che non hanno scelto di vivere nelle condizioni di disagio che caratterizzano questo popolo nel nostro paese.

Quello che cerchiamo di fare è di abbattere il pregiudizio a favore di una vera integrazione soprattutto per i piccoli”, dichiara a Piattaforma Infanzia Antonio Romano, volontario della Caritas di Napoli, che da tempo si occupa di prestare assistenza ai bambini rom dei campi nomadi della città metropolitana. “Le difficoltà sono innumerevoli, soprattutto a causa dell’assenza delle istituzioni e di una politica di azione vera”.

Quello che racconta Antonio, fa parte della sua opera di volontariato che insieme ad altri operatori porta avanti con convinzione e passione. “Il popolo rom non è accettato da nessuno, purtroppo, e forse la causa sta nella non conoscenza delle loro tradizioni e cultura che vengono percepite come lontane e troppo diverse”. In questa giornata internazionale, il messaggio da lanciare è proprio questo, quello della conoscenza reciproca, affinché si possa abbattere quel pregiudizio che porta odio e discriminazione.

I bambini sono la parte più lesa di questa comunità e tentiamo l’integrazione proprio partendo da loro. Li portiamo a scuola e attraverso dei progetti li aiutiamo anche ad avere un futuro con corsi di formazione che li introducano al mondo del lavoro”. È il caso di una ragazza che sta frequentando un corso per diventare parrucchiera, per trovare il suo giusto posto nella società che non la vuole e che magari presto cambierà idea.

La realtà che vivono i rom nei campi del napoletano non è molto diversa da quella che si vive in altre città. E il messaggio che parte dal cuore di questo volontario impegnato nella causa di inclusione sociale, è un invito alle istituzioni, per trovare una giusta politica di azione e per abolire i campi che tanto sono stati condannati anche dalla Comunità internazionale, per dare spazio a quella che spetta di diritto a tutti: una vita dignitosa, nel rispetto dei diritti fondamentali, soprattutto per i minori.

Paola Longobardi

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