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Grecia: chiude il centro di detenzione per migranti

Arriva una bella notizia sul fronte dei diritti umani. Alle porte di Atene è stato chiuso il centro Amygdaleza, noto per i trattamenti disumani riservati ai migranti, compresi i minori.

Arriva dalla Grecia la notizia della chiusura del centro di detenzione ed espulsione per migranti. La decisione, annunciata nelle ore scorse, soddisfa la promessa elettorale del partito sinistra-sinistra Syriza, del neoeletto premier Alexis Tsipras. Questo sta a disegnare un cambiamento della rotta politica in ambito di migrazione. Lo Stato ellenico, infatti, negli ultimi anni si è reso tristemente popolare per il trattamento disumano riservato a chi è costretto a scappare dal proprio paese di origine.

Sono stati rilasciati tutte le persone in stato detentivo: minori non accompagnati, donne, anziani, malati. Esseri umani che vivevano in condizioni di disagio agli estremi. Il centro Amygdaleza, alle porte di Atene, è noto alla cronaca come luogo di torture e chiunque sia passato di lì, porta con sé le ferite dell’anima oltre a quelle fisiche.

Tutti ci raccontano della stessa condizione in cui sono stati costretti a vivere”, dichiara a Piattaforma Infanzia Andreina Rossitto, Operatrice Sociale che per la Fondazione L’albero della Vita si occupa del progetto Informazione ed orientamento minori afghani nella città di Roma.

I ragazzi che passano da noi sono stati nel centro di detenzione di Atene, molti di loro non sono stati neanche riconosciuti come minori e, in ogni caso, anche quelli riconosciuti come tali, sono stati costretti nel centro di detenzione. Un ragazzo che abbiamo conosciuto è stato lì per 18 mesi”.

Senza libertà di movimento e senza la possibilità di avanzare la propria richiesta di asilo, ad Amygdaleza tutti i diritti sono sempre stati negati. Condizioni igieniche allo stremo hanno provato lo stato psicofisico di tutti gli adolescenti passati di lì, dove non c’era la garanzia neanche di un pasto. “Queste condizioni rischiano di far impazzire i ragazzi, dal punto di vista psicologico oltre che fisico. Le loro famiglie si indebitano per farli partire e farli arrivare in Europa rimanere in stato detentivo per 18 mesi è un problema che può avere ripercussioni notevoli anche sulle famiglie”, continua Andreina. Queste ultime, infatti, pur di far partire i propri figli alla ricerca di una vita migliore, si indebitano e rischiano la vita.

Sono tante le storie, qualcuna più fortunata, altre meno, ma alla domanda se rifarebbero o no questo viaggio della speranza, rispondono sì. “Se siamo partiti è perché non avevamo alternative”, dichiarano i ragazzi, “per noi è meglio tentare piuttosto che rimanere lì a morire. Se non fosse stato necessario, saremo rimasti a casa nostra”.

La maggior parte dei ragazzi che si imbarcano dalla Grecia, parte dall’Afghanistan, dove le condizioni di vita sono talmente difficili che affrontare un viaggio del genere rappresenta l’unica speranza per una via di fuga dalle violenze. Violenze che hanno incontrato lo stesso lungo il loro percorso.

L’azione della Grecia apre uno spiraglio per una nuova discussione europea sulle politiche dell’accoglienza e della gestione dei flussi migratori e quello che vorremo presto poter scrivere, è la notizia di una politica strategica comune, dove venga garantito il rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali.

Paola Longobardi

 

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