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Il popolo Saharawi: 40 anni di vita nei campi profughi

Senza diritto al riconoscimento della propria esistenza. Così vivono i bambini Saharawi. Piattaforma Infanzia ne ha parlato con le associazioni della Toscana che dal 1984 ospitano i piccoli in campi estivi.

Oggi facciamo un salto in Africa, in particolare nel Sahara Occidentale, zona quasi totalmente desertica che confina con Marocco, Algeria, Mauritania e Oceano Atlantico. Nella prima metà del 1900 è colonia spagnola, dalla sua indipendenza dalla Francia nel 1958, il Marocco rivendica questi territori e lo fa anche la Mauritania che però abbandona ogni richiesta nel 1979.

Nel 1973 nasce il fronte di liberazione Polisario e inizia la lotta armata. L’escalation della violenza, dei bombardamenti e dei massacri costringe decine di migliaia di persone alla fuga verso i territori sotto il controllo del Fronte Polisario.

Nel 1976 si ritirano gli spagnoli e viene proclamata la Repubblica Democratica Araba Saharawi. Ma il Marocco invade il Paese e ne prende il controllo, costringendo gran parte della popolazione Saharawi all’esilio nei campi profughi nei pressi di Tindouf (sud-ovest algerino). Dopo anni di guerra, nel 1990 vengono firmati gli accordi di pace con la mediazione delle Nazioni Unite. Il piano prevede il cessate il fuoco, il dispiegamento di forze ONU ma soprattutto un referendum di autodeterminazione, mai firmato.

Da allora il popolo Saharawi non esiste per il mondo. Solo pochi Stati dell’Africa e dell’America latina lo riconoscono ma nazioni rilevanti nella scacchiera internazionale, no. Tra queste anche l’Italia. “I bambini non hanno nessun diritto e la violazione più grande dei diritti è la negazione della loro esistenza da parte di paesi ricchi e non in via di sviluppo”, dichiara a Piattaforma Infanzia Sandro Volpe, Presidente dell’Associazione solidarietà del popolo saharawi e Presidente del coordinamento Toscano di solidarietà con i Saharawi.

La regione Toscana sin dal 1984 si adopera in favore dei bambini Saharawi, “Il nostro ricordo più lontano risale al 1 settembre di quell’anno, quando il sindaco del comune di Sesto Fiorentino decide di gemellarsi con la tendopoli. Data da interpretare come la moderna resistenza del popolo Saharawi”. Da allora, ogni anno, alcun dei comuni della Toscana, ospita in campi estivi i bambini che provengono dal campo profughi dell’Algeria.

‘Piccoli ambasciatori di pace’, così si chiama il progetto che ospita i bambini. “Hanno età compresa tra gli 8 e i 12 annidichiara Andrea Mezzetti, vicepresidente dell’Associazione Hurria che in arabo significa libertà – e vengono in Italia tra i mesi di luglio e agosto. Il progetto ha una doppia valenza, umanitaria e politica: umanitaria perché i bambini hanno anche l’accesso a cure sanitarie, politica per mettere in luce la situazione che vive questo popolo”. Tra i piccoli ospiti, racconta Andrea Mezzetti, non ci sono problemi grandi di malnutrizione, piuttosto di denutrizione. “Soffrono di mancanza di vitamine, nel campo profughi mangiano principalmente farinacei e non assumono le proteine della carne e le vitamine della verdura”.

“Quello che intendiamo fare attraverso l’ospitalità periodica, è di porre l’attenzione, oltre che verso di loro, anche verso tutti i bambini del mondo che non vivono da bambini”, afferma Giulia Fossi, vicesindaco di Dicomano, comune toscano che da sei anni partecipa al progetto.

Sono passati circa 40 anni dall’invasione, ma nonostante l’esilio, i Saharawi da sempre si sono adoperati per i propri figli. Hanno messo su scuole rudimentali per garantire un’istruzione di base ai bambini grazie anche agli aiuti umanitari. Ma oggi questi scarseggiano e per non diminuire gli approvvigionamenti, ci sono stati tagli ai fondi per la scuola.

Possiamo definire i Saharawi i palestinesi dell’Africa? “A differenza loro, la questione si diversifica perché i Saharawi sono vittime di un aggressione per mano del Marocco che in quei territori non c’era mai stato”, risponde Sandro Volpe. Quel territorio è ricco di materie prime e l’ambizione marocchina è stata esclusivamente quella legata all’arricchimento economico.

Noi continueremo a sostenere questo popolo e siamo ottimisti, speriamo che il mondo non si muova solo attraverso guerre che fomentino il terrorismo. I Saharawi si sono appellati da subito alla diplomazia internazionale e penso che questa scelta prima o poi vinca”, conclude il Presidente dell’Associazione solidarietà del popolo Saharawi e Presidente del coordinamento Toscano di solidarietà con i Saharawi.

Qualche passo avanti è stato compiuto e proprio nei giorni scorsi, l’inviato della Nazioni Unite ha visitato l’Algeria per andare a fondo nella questione. La diplomazia internazionale, tra cui quella italiana, dovrebbe avviare dei colloqui più incisivi con il Marocco, sia per farlo indietreggiare sia perché riconosca i diritti di questo popolo e dei loro figli.

Paola Longobardi

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