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In Burundi è caos. Preoccupazione per i bambini

Fuggiti oltre 30mila burundesi che si sono rifugiati nei paesi confinanti. Secondo i più recenti dati dell’UNHCR, oltre 2mila persone hanno chiesto asilo in Tanzania, circa 25mila in Ruanda e 4mila nella Repubblica Democratica del Congo.

Manifestazioni, insicurezza, proteste, uccisioni. Il clima che da settimane regna in Burundi non scuote molto la stampa e poche sono le informazioni che si leggono nel web. Le organizzazioni presenti sul posto lanciano il loro grido di preoccupazione e molti operatori non riescono neanche ad uscire dai quartieri periferici per la paura di rimanere coinvolti nelle manifestazioni violente. La causa di tutto ciò è il dissenso da parte della popolazione per la candidatura della terza volta consecutiva dell’attuale presidente Pierre Nkurunziza, appoggiato dalla maggioranza del suo partito. L’opposizione e i gruppi della società civile contestano questo terzo mandato perché contrario alla Costituzione e agli accordi di pace di Arusha, risalenti al 2000, che hanno aperto la strada alla fine della guerra civile burundese, durata oltre dieci anni (1993-2006). In quello che è classificato come il paese più povero del mondo, a preoccupare per le conseguenze di questi disordini iniziati il 25 aprile, è la condizione che si trovano a vivere i bambini. Degrado e mancanza di igiene accompagnano quotidianamente i bimbi che ad oggi sono ancora più in difficoltà. Nei centri dedicati alla loro accoglienza, si cerca di migliorarne la qualità della vita ma molti di questi sono stati costretti a chiudere.

Dalle ong presenti sul territorio parte un appello all’unisono.  AOI (Associazione Ong Italiane), COP – Consorzio delle Ong Piemontesi, FOCSIV e Link2007 chiedono alla stampa italiana di rompere il silenzio su quanto sta accadendo in Burundi per le elezioni presidenziali che sono fissate al 26 giugno prossimo.

Non appena è stata resa nota la candidatura di Nkurunziza, il governo ha immediatamente vietato qualsiasi manifestazione pubblica, ricorrendo anche alla minaccia dell’esercito. Nei giorni a seguire, scontri e violenze hanno cominciato a dilagare e la Radio publique africaine (Rpa), la principale emittente privata del paese, è stata costretta ad interrompere le trasmissioni. “Le autorità hanno inoltre cercato di bloccare l’accesso ai principali social network (Facebook, Twitter, Whatsapp e Tango) utilizzati per organizzare le manifestazioni. La trasmissioni di alcune radio nazionali private e indipendenti (Isanganiro, Bonesha, etc) sono state bloccate all’interno del paese”, si legge nell’appello diffuso dalle ong. A livello umanitario, questo evento ha provocato la fuga di oltre 30mila burundesi che si sono rifugiati nei paesi confinanti. Secondo i più recenti dati dell’UNHCR, oltre 2mila persone hanno chiesto asilo in Tanzania, circa 25mila in Ruanda e 4mila nella Repubblica Democratica del Congo. E considerando il delicato equilibrio e le particolari condizioni di vita di questi paesi, la situazione è ancora più preoccupante.

Solo qualche giorno fa l’Italia si è espressa sui fatti del Burundi e attraverso un comunicato stampa, il Ministro degli Affari Esteri ha espresso “preoccupazione per le recenti violenze avvenute in Burundi, nel contesto della campagna elettorale per le elezioni presidenziali che si svolgeranno a giugno. La Farnesina si rivolge al governo del Burundi perché assicuri il pacifico e corretto svolgimento del processo elettorale, garantendo ai burundesi l’esercizio dei diritti civili e politici”. Mentre, in un’altra nota stampa, la portavoce dell’Alto rappresentante degli Affari esteri dell’UE, Federica Mogherini, ha dichiarato che “l’intimidazione e la violenza, i morti e i feriti, l’arresto di difensori dei diritti umani e la restrizione dei media, il flusso dei rifugiati nei paesi vicini non hanno spazio nel processo elettorale”. E la richiesta avanzata dall’Unione europea al presidente è di “affrontare la questione in uno spirito di riconciliazione nell’interesse del paese e in vista di una soluzione rispettosa degli accordi di Arusha”.

Paola Longobardi

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