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In Eritrea gravi violazioni dei diritti umani. Lo denuncia l’Onu

“La maggior parte degli eritrei non ha speranza per il suo futuro. La detenzione è un’esperienza molto comune, che riguarda un gran numero di individui, donne, uomini, ragazzi e bambini”, dichiara Mike Smith, responsabile dell’inchiesta presentata davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Le Nazioni Unite denunciano le gravi violazioni dei diritti umani in Eritrea. Il presidente della commissione incaricata di svolgere le indagini sulle violazioni, Michael Smith, ha dichiarato che “molte delle libertà, da quella di movimento a quella di espressione, da quella di religione a quella di associazione” sono limitate.

L’Eritrea che si è dichiarata indipendente dall’Etiopia nel 1993, ha usato le tensioni con il suo vicino come pretesto per ignorare il rispetto dei diritti umani nel paese e per sottoporre al controllo dei militari ogni aspetto della vita quotidiana dei cittadini. L’indipendenza è avvenuta dopo 30 anni di resistenza e da allora, il presidente Isaias Afworki, è stato l’unico governante del paese. La linea autocratica e repressiva ha portato ad un programma di coscrizione obbligatoria indistinta per uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 40 anni, della durata indefinita e costituendo a tutti gli effetti una società militarizzata.

Un controllo pervasivo dello stato e una repressione spietata”, è quella esercita da Afworki, attraverso esecuzioni extra giudiziali, sparizioni e detenzioni senza processo. Lo scopo? Impedire critiche e ribellioni e costituire un esempio dimostrativo per gli oppositori del regime. Perché proprio di regime stiamo parlando, anche se in gran parte del mondo si gira la testa dall’altra parte. Smith, nel rapporto di denuncia, ha descritto una società piegata da un sistema capillare di spionaggio, in cui la prigione è una normale esperienza di vita per tutte le fasce d’età, anche per i minori. Gli stessi che i genitori cercano di far andare via dal paese. Ed è così che inizia il loro viaggio della disperazione, da un confine ad un altro, fino alle coste italiane, in cerca della libertà di vivere senza costrizioni, persecuzioni e paure.

Forte è la critica da parte delle Nazioni Unite, per il servizio nazionale obbligatorio a tempo indeterminato. Obbligo rafforzato dal rifiuto di concedere visti di uscita a tutta la popolazione compresa nell’età del servizio e i tentativi di fuga vengono sanzionati spesso coinvolgendo la famiglia di origine di chi riesce a scappare. Le ritorsioni nei confronti degli affetti che restano nel paese, sono all’ordine del giorno e il pericolo di vita è il compagno quotidiano di chi rimane.

Gli eritrei sono al secondo posto, dopo i siriani, tra coloro che tentano di arrivare in Europa attraversando il Mediterraneo. E nonostante i rapporti di denuncia e le testimonianze di chi riesce a emigrare, il regime dichiara che tutto questo non ha niente a che fare con la realtà del paese e allora, perché i cittadini eritrei fuggono a migliaia e rischiano la vita nei ‘viaggi della speranza’ se la situazione in Eritrea è ‘tranquilla’?

Reporter Senza Frontiere, in un rapporto sulla libertà di stampa nel mondo, classifica l’Eritrea al 179° posto, ovvero all’ultimo. Prima c’è la Corea del Nord. Una situazione che mette in pericolo sempre di più il futuro di bambini e adolescenti che per non rischiare la vita lì, decidono di tentare la via di fuga verso l’Europa per avere un’alternativa.

La maggior parte degli eritrei non ha speranza per il suo futuro. La detenzione è un’esperienza molto comune, che riguarda un gran numero di individui, donne, uomini, ragazzi e bambini”, ha dichiarato Michael Smith, responsabile dell’inchiesta presentata davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Paola Longobardi

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