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In Italia bimbi costretti in carcere con le mamme

Esiste la legge che istituisce le Case Famiglia Protette ma ancora non sono state aperte. Piattaforma Infanzia ne parla con Terre des Hommes.

Sono 43 le madri detenute in Italia con al seguito i propri figli, per un totale di 44 bambini presenti nelle carceri italiane. Questo dato risale al 30 giugno 2014 ed è pressoché invariato. Nel 2011 viene varata una legge di riforma che prevede per le detenute madri senza un domicilio diverso e con un profilo di bassa pericolosità, la collocazione presso le Case Famiglie Protette come alternativa al carcere o alla carcerazione attenuata negli ICAM (Istituti a Custodia Attenuata per Detenute Madri). Ad oggi però risulta che non sia stata aperta nessuna Casa Famiglia Protetta e i bambini rimangono nel carcere con conseguenze importanti per la loro crescita. Piattaforma Infanzia ha parlato della questione con Federica Giannotta, Responsabile diritti dell’infanzia di Terre des Hommes, che si fa portavoce sulla risoluzione del problema da diversi anni.

Questa legge, ha istituto sulla carta le case famiglie protette, ovvero strutture gestite privatamente sul territorio dei comuni, in cui le donne non particolarmente pericolose possono accedervi”. Si tratta di mamme che possono trovare un’accoglienza alternativa insieme al loro bambino, invece di risiedere nei cosiddetti ICAM, ovvero sezioni all’interno del carcere stesso, con misure detentive attenuate ma pur sempre in carcere.

Gli ICAM non devono essere visti come unica soluzione”, dichiara Federica Giannotta. “Noi chiediamo al Ministero della Giustizia di no investire la totalità delle risorse economiche nella costituzione di altri ICAM, anche perché per i numeri irrisori di cui parliamo, è un dispendio di soldi e continuano a non rispondere ai bisogni”. Infatti, ci illustra Federica Gannotta, che in Italia gli ICAM sono tre di cui uno vuoto. Parliamo di quello di Cagliari, mentre gli altri ‘abitati’, sono quello di Milano e di Venezia. Quello che propone Terres des Hommes, è che parte di questi proventi siano destinati a quei comuni che si rendono disponibili ad aprire delle Case Famiglia Protette sul proprio territorio. Dal momento che la legge stabilisce che le spese devono essere sostenute dal territorio comunale ma nessuna amministrazione locale al momento si è resa disponibile all’apertura di queste strutture, disponendo di fondi statali, forse le richieste verrebbero avanzate. In questo modo sarà possibile anche attraverso l’aiuto di organizzazioni umanitarie, supportare i bambini delle detenute e farli crescere in ambienti consoni alle loro esigenze, evitando traumi e conseguenze che potrebbero incidere negativamente sul loro futuro.

Oggi gli ICAM possono accogliere i bambini fino ai 6 anni, “ma a nostro avviso non sono pronte”, continua la Responsabile diritti dell’infanzia di Terre des Hommes, “perché questo significa che dovrebbero esserci anche una serie di servizi in più per soddisfare le esigenze dei bambini, tra cui quella dell’andare a scuola. Inoltre, le ICAM di oggi devono accogliere non solo mamme con bimbi ma anche donne in stato di gravidanza e gli stessi padri, perché la loro figura non è esclusa”. Queste strutture sono dunque chiamate ad un servizio molto complicato, oltre al fatto che mancano di una lavoro di tessuto con l’esterno. Le donne, infatti, una volta scontata la loro pena, non sanno dove andare. “Non si fanno dei percorsi di reinserimento sociale, sono solo in stato detentivo, seppur con condizioni attenuate. Noi riteniamo che gli ICAM siano la soluzione per donne di pericolosità sociale. Ma per tutte le altre, ovvero per coloro con pene molto piccole e per cui il reato non ha un’alta recidiva e non costituisce pericolosità, la collocazione in Case Famiglia Protetta deve poter essere resa reale”.Che non rimanga un provvedimento solo scritto sulla carta, quindi, affinché tutti i bambini che sono vittime innocenti di un destino che non hanno scelto, abbiano la possibilità di costruirsi un futuro migliore a partire dai loro primi mesi di vita. “I numeri sono molto piccoli ma ci sono ancora troppi blocchi e il problema non viene affrontato di petto”, conclude Federica Giannotta, confermando come questa mancanza sia una vera e propria violazione dei diritti fondamentali del bambino.

Paola Longobardi

 

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