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La militarizzazione dell’infanzia italiana nella prima metà del ‘900

Anche Piattaforma Infanzia ricorda i 100 anni dalla Grande Guerra. I cambiamenti e le sofferenze che hanno caratterizzato l’infanzia e l’adolescenza italiana, attraverso il racconto di Gianluca Gabrielli, dottore di ricerca in History of Education all’Università di Macerata.

Il Novecento è stato un secolo caratterizzato dai due grandi conflitti e proprio quest’anno si celebra il centenario dalla Grande Guerra. L’infanzia in questi cento anni è stata soggetto di grandi sofferenze e cambiamenti epocali, dalla miseria alla rinascita. In tutta Italia diversi gli eventi per la celebrazione del centenario e noi di Piattaforma Infanzia abbiamo deciso di dare spazio al racconto di quella che è stata l’infanzia e l’adolescenza dei giovani italiani nel ‘900. Gianluca Gabrielli, dottore di ricerca in History of Education all’Università di Macerata, ci ha raccontato che “negli anni dieci del Novecento, quando il governo di Giolitti stava per prendere la decisione di invadere la Tripolitania e la Cirenaica, la popolazione italiana contava 12 milioni circa di bambini al di sotto dei 14 anni, ossia un terzo della popolazione. La scolarizzazione era arretrata rispetto a paesi europei come la Germania e la Francia e l’analfabetismo raggiungeva ancora percentuali molto alte della popolazione adulta, sfiorando il 40%. Ovviamente la scuola, anche quella elementare, era selettiva, per cui i tassi di ripetenza e di abbandono erano molto alti”. L’alto tasso di povertà del nostro Paese a quei tempi, costringeva i bambini ad essere coinvolti nel mercato del lavoro contadino sin da piccolissimi e la scuola era vista dalle famiglie come un impedimento. Diverse le condizioni per le famiglie borghesi. “Quegli anni furono caratterizzati anche dalla prima creazione di un mercato di prodotti per l’infanzia come i giocattoli o i ricostituenti che esprimono bene la nuova attenzione nata nell’ambito della borghesia e del mondo dei consumi, specchio e volano di un nuovo modo di guardare le giovani generazioni”.

Sono gli anni in cui i governi intendono costruire l’identità nazionale e in particolare quella di giovani nati da genitori di origine diverse. Ne emerse che, parallelamente al servizio militare, era la scuola a poter contribuire alla costruzione di un’identità nazionale nelle giovani generazioni. “Man mano che le condizioni di vita divenivano meno opprimenti, i settori dell’infanzia e della gioventù si trovavano a disporre di tempo libero che i soggetti politici avevano interesse a gestire e a non lasciare incontrollato perché potenzialmente eversivo dell’ordine sociale, quindi cominciarono ad attivarsi per organizzarlo”. È così che cominciano 35 anni di guerre che cambiano radicalmente l’infanzia e la gioventù italiana.

L’infanzia del primo Novecento è stata coinvolta nella sua totalità nelle guerre che hanno sconvolto l’Europa. Le conseguenze sui bambini dell’epoca sono state diverse e la mostra documentaria Educati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento, a cura di Gianluca Gabrielli, intende spiegare proprio questa fase storica. “Si tratta di cambiamenti che colpirono la vita civile e la vita scolastica dei bambini e delle bambine. Questi sono i due percorsi che l’esposizione prova a seguire in parallelo dal 1911 al 1945. Nelle scuole crebbe l’entusiasmo patriottico di molti insegnanti, fiorirono le collette in favore dei soldati e addirittura ci furono scuole che raccolsero fondi per partecipare alla donazione alla patria di un nuovo aereo intitolato alle scuole italiane”. Temi e letterine ai soldati della patria, i lavori svolti dagli studenti, ma nonostante questo senso patriottico comune, nelle scuole erano presenti ancora molti insegnanti i quali non rinunciavano alle proprie idee pacifiste e anti-colonialiste anche se minoritari.

Il discorso cambiò decisamente con la Prima guerra mondiale, allora chiamata Grande guerra. In questo caso i primi esperimenti di coinvolgimenti degli allievi nelle attività di sostegno morale ai soldati, di raccolta di materiali e l’esortazione al risparmio, nonché la preparazione di generi di sostegno concreto da inviare ai soldati crebbero e si diffusero. In ogni località i comitati cittadini si adoperavano per preparare gli ‘scaldaranci’, ovvero pastiglie di carta e paraffina per scaldare il cibo in prima linea, e della preparazione erano spesso incaricati gli studenti. In classe iniziarono nel 1918 le lezioni sulla guerra raccomandate dal ministero”. È così che l’infanzia e l’adolescenza entrano a far parte della guerra e la morte eroica e l’esaltazione della divisa diventano il pane quotidiano dei bambini italiani, anche nei libri di testo adottati nei programmi scolastici. “Inoltre il regime cancellò ogni altra associazione ricreativa per i giovani e istituì l’Opera nazionale balilla, una caserma diffusa nel territorio che affiancava le scuole e che curava la preparazione fisica paramilitare dei bambini e il loro tempo libero, mettendo tutta l’infanzia in divisa. Ormai la guerra veniva esaltata quotidianamente e ogni bambino era sollecitato a pensarsi come futuro soldato. Sicuramente un tale martellamento ideologico dovette influire sulle scelte di molti giovani volontari, anche se poi la conoscenza della guerra reale spesso rimetteva in discussione ogni convinzione”. Gabrielli racconta a Piattaforma Infanzia che anche le bambine non erano escluse da questo percorso dell’Opera nazionale balilla, ma dovevano pensarsi non come soldati bensì come donne padrone della casa e produttrici di figli per la patria, ovvero futuri soldati.

Insomma, la cultura militare entrò nelle scuole e addirittura diventa una materia di studio. “Sembra incredibile, ma nel 1934 diventa una materia scolastica insegnata da ex ufficiali nelle scuole medie, nelle superiori e all’università. Così i bambini e le bambine si trovarono ad impegnarsi massicciamente e a sentirsi protagonisti nel sostegno ad una guerra coloniale e razzista”, conclude l’esperto.

Paola Longobardi

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