News

Mutilazioni Genitali Femminili, adottata in via definitiva la Risoluzione ONU

Un fenomeno diffuso in tutto il mondo, la pratica delle mutilazioni è un flagello di giovani e piccole donne, ma la speranza si accende su un futuro migliore.

Adottata dalle Nazioni Unite in via definitiva a dicembre, la Risoluzione sul contrasto alla pratica delle Mutilazioni Genitali Femminili (MGF) ha avuto 125 co-sponsorizzazioni, ovvero, 21 in più del precedente testo del 2012. Tra i promotori della Risoluzione, l’Italia che, assieme a partner internazionali, è in prima linea per la tutela delle piccole donne vittime di questo terribile abuso.

Nei paesi dell’Unione Europea, infatti, sono circa 500mila le donne e ragazze sottoposte a mutilazioni dei genitali, e ogni anno, altre 180 mila sono le bambine a rischio.

Somalia, Guinea, Gibuti ed Egitto, sono i Paesi in cui è ampiamente diffusa la pratica della mutilazione che, oltre all’estremo dolore fisico e psicologico, causa un altissimo rischio di emorragia, infezione, sterilità e morte. Il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia, organo di monitoraggio dell’applicazione della CRC e dei suoi Protocolli opzionali, attualmente sta lavorando con il Comitato ONU sull’eliminazione delle discriminazioni contro le donne (CEDAW) che colpiscono le ragazze al di sotto dei 18 anni e che affondano le radici in stereotipi di genere e pregiudizi culturali.

Ad oggi, le norme che vietano le mutilazioni genitali femminili sono in vigore in 2/3 dei Paesi africani ed in numerose altre nazioni, anche europee, caratterizzate dalla presenza di migranti provenienti da Paesi in cui il fenomeno è diffuso.

La cronaca di tali abusi, che colpisce generalmente bambine di età compresa tra i 4 e i 14 anni, non è molto narrata, ma numerose Ong e Associazioni umanitarie sono attive per proteggerne le vittime e impedire che questa violenza continui. Un episodio che ha creato molto scalpore a livello internazionale, è stato il caso di Suhair al Bataa, ragazza di 13 anni della periferia della città di Mansura, in Egitto, che è morta nel giugno del 2013 dopo aver subito una mutilazione in una clinica medica. Il nome di Suhair ha fatto eco in tutto il mondo e per la prima volta in Egitto, il medico, così come il padre che l’ha costretta all’intervento, sono sottoposti a regolare processo.

Si accende quindi la speranza sulla giusta persecuzione giudiziaria dei carnefici di un crimine di genere, affinché vengano debitamente puniti. Certo, questo non servirà a far tornare in vita le numerose Suhair del mondo, ma sicuramente tenterà di rendere giustizia a milioni di bambine. L’episodio di Suhair rappresenta il primo di una serie di interventi legali a tutela delle vittime di questo abuso, per una vera e propria lotta al fenomeno. Lotta che deve essere incrementata anche attraverso azioni di informazione volte a sensibilizzare la popolazione, per abbattere quelle barriere culturali che mettono a rischio giovani donne nel mondo. Ed è proprio grazie a interventi sul campo e a corrette campagne informative, che oggi le bambine hanno meno probabilità di subire mutilazioni, rispetto alle loro madri.

Secondo i dati dell’Unicef, infatti, il tasso di prevalenza del fenomeno, è stato quasi dimezzato tra le adolescenti di Benin, Repubblica Centrafricana, Iraq, Liberia e Nigeria. Ma ancora lunga è la strada da percorrere per questa barbarie tristemente diffusa e così definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e che al giorno d’oggi è riconosciuta anche come una grave violazione dei diritti umani.

Paola Longobardi

 

Indietro
Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze.
Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.
OK