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“Non tutti gli zingari rubano”

A Roma il campo rom più grande d’Europa. Il documentario sul disagio dei minori che abitano l’accampamento, a cura dell’associazione ZaLab.

“Zingaro: appartenente al gruppo etnico degli Zingari, che, dalla propria sede originaria nell’India nord-occidentale, si diffuse tra il 10° e il 16° secolo in Europa e nell’Africa settentrionale, conservando le tradizioni di vita nomade (…)”. È la definizione del vocabolario della Treccani dove viene specificato, in un secondo significato, che il termine oggi è spesso “utilizzato con riferimento alla loro vita nomade, senza dimora né casa fissa e in condizioni di scarsa igiene, o al modo di vestire e di curare la persona considerato trascurato e sporco, si usa spesso come termine di confronto o di identificazione in tono spregiativo, polemico”. “Ci hanno dato il nome ‘zingaro’. Io lo so cosa significa ‘zingaro’”. Comincia così il documentario prodotto da ZaLab, associazione che promuove documentari sociali e progetti culturali. Il video, disponibile in streaming sul sito dell’organizzazione fino a domenica 18 gennaio, ritrae la vita degli abitanti del campo rom più grande della capitale e d’Europa. Appena fuori il grande raccordo anulare, infatti, si trova via Salone, dove sorge questo immenso accampamento creato dal comune. Nel video parlano bambini sorridenti che percorrono boschi e zone non in sicurezza per la loro età, alla ricerca di uno spazio per giocare, distrarsi o raccogliere qualche pezzo di rame abbandonato o per provare a pescare in acque piuttosto contaminate. Sorridono, ma forse per non piangere. “La mia casa è un container tutto sporco, abbiamo le fognature che tutte le volte si bloccano e ci sentiamo male dalla puzza”. Sono le parole scritte in un tema da uno di loro e una volta terminata la lettura dice: “noi vorremo vivere come loro”. ‘Loro’ sono i bambini italiani. Macchiati da una etichetta, i piccoli rom si sentono gli esclusi della società. Vivono in condizioni di disagio e anche andare a scuola diventa un problema. “Facciamo sempre tardi perché siamo lontani dalle scuole. Le maestre ci rimproverano e ci chiedono come mai facciamo tardi. Ma che devo dire?”. Bosniaci, serbi, montenegrini, romeni. Queste sono le nazionalità e vivono tutti insieme seppur culturalmente diversi e spesso con problemi di convivenza dovuti alle differenti origini e tradizioni. Senza documenti riconosciuti, i bambini di via Salone, di cui molti nati e cresciuti in Italia, vivono al margine e anche i genitori non sanno come aiutarli. “Vorrei che i miei figli parlassero bene italiano e si costruissero un futuro. Ci hanno detto ‘integratevi’, ma come facciamo se siamo lontani da tutto e tutti?”. Anche fare la spesa è difficile. Il supermercato, infatti, dista oltre 3 chilometri e alcuni di loro non hanno la macchina. “Dicono sempre: tutti gli zingari rubano. Non è vero. Il marito di Miriana si alza tutti i giorni alle cinque del mattino e torna con il buio. Non tutti rubano”. A pronunciare queste parole è la voce spezzata di un bambino che non avrà più di 10 anni e che cerca di scrollarsi di dosso un luogo comune che lo accompagna dal suo primo giorno di vita. “Non lo so cosa farò da grande. Una volta pensavo di fare la dottoressa. Oggi non lo so più”. Speranze che muoiono. Le speranze di minori e ragazzi che finché non compiono 18 anni riescono almeno ad andare a scuola, ma una volta maggiorenni diventano invisibili alla società.

Il documentario, realizzato nel 2013 e proiettato in diverse occasioni durante tutto il 2014, e più che mai attuale, è stato patrocinato da Amnesty International, Consiglio d’Europa – ufficio di Venezia, Associazione 21 Luglio.

In Italia, i campi per soli rom sono finanziati e gestiti da enti pubblici. Per la loro gestione sono stati spesi 120 milioni di euro e, nonostante il Consiglio d’Europa abbia condannato la politica dei campi, definendola una ‘segregazione su base etnica’, la loro esistenza non sembra avere una fine. E il disagio dei minori non fa che aumentare.

Paola Longobardi

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