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#opentosyria, per accendere l’attenzione sul conflitto siriano

Puntare i riflettori sull’emergenza siriana è quanto di più necessario per porre fine ai troppi crimini.

E’ il 15 marzo del 2011 quando in Siria scoppia il conflitto civile e siamo ormai alla vigilia del quarto anno di scontri, morti e violenze. Si stimano circa 5mila vittime ogni mese e alla fine del 2013, sono stati 3,5 milioni i siriani che hanno abbandonato le loro case per fuggire dal paese. Circa il 95% dei rifugiati provenienti dalla Siria, è ospitato nei cinque principali paesi della regione: Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati ha identificato 380.000 di loro come persone bisognose di reinsediamento. Molte sono vittime di tortura, di stupro, vedove, bambini ammalati e minori non accompagnati. Un nuovo rapporto di Amnesty International racconta storie di persone e famiglie fuggite dal conflitto. Storie fatte di testimonianze raccapriccianti, di dolore e emozioni che colpiscono per la grande dignità con quale vengono raccontate. Storie che tante organizzazioni umanitarie hanno incontrato lungo la propria strada, proprio come ha fatto anche la Fondazione L’Albero della Vita che, alla fine del 2014, ha presentato i dati di una ricerca relativa al trauma che vivono migliaia di minori siriani. In collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’obiettivo della stessa è stato quello di promuovere la resilienza dei bambini nel contesto della migrazione forzata, e le azioni di intervento atte alla restituzione del benessere e della sicurezza.

Quello che è emerso attraverso i disegni e le narrazioni, è il racconto di episodi legati alla guerra vissuta, come la morte di persone care, la solitudine provocata dall’abbandono del proprio paese, la paura del viaggio come incognita. I fattori più citati che hanno aiutato i bambini e li hanno protetti durante il percorso migratorio sono stati la famiglia, la fede, speranze vive per il futuro come quella di poter tornare tra i banchi di scuola.

Ci vuole un’apertura, così come strilla anche la campagna lanciata da Amnesty International, #opentosyria, il messaggio che corre sui social network, per dare la giusta attenzione ad un conflitto che dura da anni e che coinvolge ormai troppe persone e diversi confini geografici.

La vita è molto difficile qui perché abbiamo bisogno di dottori e medicinali”, sono le parole di un padre disperato che racconta la propria storia e che pensa al figlio, Elias, 12 anni, la cui vita è a rischio a causa di un tumore. E’ solo una delle storie pubblicate nel rapporto di Amnesty, e solo una delle migliaia di storie simili a stralci di vita ancora inediti. Un’altra storia, invece, è quella che arriva dalla Fondazione L’Albero della Vita. Questa volta è la testimonianza di una famiglia, quella di Gayad, un padre con i suoi tre figli di 4, 15 e 16 anni. “In breve tempo nel nostro quartiere in Siria è mancata la sicurezza, allora ho deciso di organizzare la partenza. Mi ci sono voluti due mesi per raccogliere i soldi necessari per il viaggio”. Un viaggio quello di Gayad e della sua famiglia, pieni di rischi e pericoli. “Ho portato con me solo moglie e figli, un bambino piccolo e due ragazzi adolescenti. Non abbiamo potuto prendere nemmeno i vestiti. D’altronde non potevamo proprio restare”. Da Damasco a Beirut, fino all’Italia. Pieno di insidie e conseguenze, come quelle che ha riportato Karam, 4 anni, che da viaggio in poi ha smesso di parlare. Son storie. Le storie dei siriani, fatte di violenza, la stessa che caratterizza un conflitto abbandonato al suo destino.

Paola Longobardi

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