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Quando a emigrare erano i figli dell’Italia

Si chiamavano i ‘Treni delle felicità’ e trasportavano i bambini affamati del sud al nord del nostro Paese, dove, alla fine degli anni ’40, altruismo e solidarietà risolvevano, seppure temporaneamente, il problema della povertà di 70mila minori.

Partivano da Roma e dal Mezzogiorno d’Italia. Stiamo parlando dei ‘Treni della felicità’ che alla fine degli anni ’40 partivano dal sud del nostro Paese, alla volta del nord. Carichi di bambini che vivevano in povertà, i passeggeri avevano età compresa tra i 4 e i 12 anni. Era il viaggio della speranza di chi faceva la fame nelle periferie delle nostre città.

Emilia Romagna, Toscana e Liguria le destinazioni. La guerra aveva distrutto tutto e non vi erano più certezze. Le stesse certezze che mancano oggi ai tanti minori stranieri non accompagnati che arrivano lungo le coste dello stivale. Minori stranieri, ma in sostanza bambini come all’epoca che stiamo raccontando. Dove andavano i bambini italiani? Rimanevano in Italia, perché alcune regioni riuscirono a mantenere un equilibrio, al contrario dei migranti attuali che cambiano paese e continente. I bambini italiani venivano ospitati da altre famiglie, il più delle volte contadine delle regioni del centro e del nord. Lo scopo era quello di sfamarli e curarli per il periodo necessario alle loro esigenze fisiche e psicologiche, per poi farli tornare di nuovo presso le loro famiglie di origine.

In tutto circa 70mila, i treni delle felicità partivano da Roma, Napoli, Bari, carichi di piccoli poveri. Nel 1947 su 15 mila bambini dai 4 ai 9 anni il 90% era rachitico. Bambini orfani, senza casa, bambini cui la famiglia non riusciva a dare letteralmente da mangiare.

A ideare i ‘Treni della felicità’, una donna, Teresa Noce, una battagliera dirigente partigiana che intuisce come un gesto di solidarietà possa risolvere, seppur temporaneamente, la drammatica situazione di migliaia di bambini vittime della guerra e della carestia. Per questo chiede alle realtà contadine del nord e in particolare dell’Emilia Romagna, di ospitare per alcuni periodi i piccoli malnutriti e malati del sud.

C’è anche chi li ha cercati questi bimbi disperati. Alessandro Piva e Giovanni Rinaldi che, giusto qualche anno fa, hanno prodotto un documentario dove la raccolta delle voce dei ricordi ripercorre gli anni delle grandi difficoltà vissute, ma anche l’altruismo e la voglia di ricominciare.

La storia dei bambini che partirono con i treni della felicità è straordinaria al punto da non crederci. Eppure fa parte dell’Italia.

Una storia che non è poi così lontana dai nostri giorni, ma che non viene rievocata spesso. Un’altra epoca e verrebbe da dire anche un altro Paese forse, dove accogliere e curare un bambino affamato e malato era una cosa naturale, al contrario di quanto accade oggi, dove, purtroppo, i migranti vengono visti come un problema da gestire. Un causa politica prima ancora che umana.

Paola Longobardi

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