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Quando l’infanzia è minata da ordigni inesplosi

Si celebra il 4 aprile la Giornata Internazionale dell’ONU contro le Mine. Il 46% delle vittime sono bambini. Su Piattaforma Infanzia Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio Disarmo.

Il diritto di un bambino alla vita, ad un ambiente sicuro in cui giocare, il diritto alla salute, all’acqua potabile, all’istruzione, sono solo alcuni di quei diritti negati dalla presenza delle mine antipersona e dei residui bellici inesplosi. Violazioni della maggior parte degli articoli contenuti nella Convenzione sui Diritti dei Bambini.

Il 4 aprile è la Giornata Internazionale dell’ONU per la sensibilizzazione sulle Mine e l’Assistenza nell’Azione contro le Mine. Questi residui inesplosi, ancora oggi, uccidono, feriscono e rendono orfani i bambini, le principali vittime, che spesso considerano questi oggetti letali come giocattoli abbandonati, senza sapere il pericolo a cui vanno incontro. Rispetto all’adulto, il bambino ha una corporatura più piccola e la probabilità di contrarre la morte in seguito all’esplosione di una mina, è molto alta. Circa l’85% dei bambini muoiono prima di raggiungere l’ospedale. Il pericolo maggiore lo corrono gli abitanti dei campi rifugiati e sfollati, che si inoltrano in zone pericolose per giocare. Le lesioni possono essere diverse e spesso si verificano anche tutte insieme: perdita di arti, della vista o dell’udito, conseguenze permanenti che condizionano la vita futura di ogni bambino rimasto vittima. La mancanza di cure mediche adeguate costringe molti minori a non poter frequentare la scuola, vedendo così negato il diritto fondamentale all’istruzione e all’educazione, oltre che alla salute. Se a rimanere mutilato è un familiare, in molti paesi accade che i bambini siano costretti a lavorare per garantire alla famiglia un pasto. Conseguenze drammatiche di armi ormai messe al bando ma che, “diversamente da altre, continuano ad uccidere dopo la fine dei conflitti anche in assenza dell’azione umana necessaria invece a premere il grilletto o a sparare”, dichiara a Piattaforma Infanzia Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo.

Le milioni di mine disseminate da un lato rendono i territori incoltivabili, impraticabili, uguali al deserto, dall’altro colpiscono nella stragrande maggioranza la popolazione civile e in particolare i minori”. Il 46% delle vittime coinvolge proprio questi ultimi.

Nel 2013, secondo il ‘Landmines & Cluster Munition Monitor’, il numero delle vittime causato dalle mine, dalle cluster bombs (bombe a grappolo) e da altri ordigni inesplosi ha raggiunto il numero più basso dal 1999, ovvero 3.308, con una riduzione del 24% rispetto alle 4.325 del 2012, nonché un terzo di quelle del 1999 (circa 25 al giorno).

Questo nel tempo è l’effetto positivo del Trattato di Ottawa, contro le mine, a cui aderiscono 162 Stati. Almeno nove stati non aderenti al Trattato, di cui sei produttori di mine, hanno firmato moratorie in materia di esportazione di mine antiuomo”. Questi Paesi sono la Cina, la Corea del Sud, gli Stati Uniti, l’India, Israele, il Kazakistan, il Pakistan, la Russia e Singapore. “Prima dell’adozione del Trattato di Ottawa, più di 50 Stati erano potenziali produttori di mine antiuomo. Attualmente, solo 11 di questi sono identificati come potenziali produttori: la Cina, la Corea del Nord, la Corea del Sud, Cuba, l’India, l’Iran, il Myanmar, il Pakistan, la Russia, Singapore e il Vietnam. Gli Stati Uniti con la dichiarazione del 27 giugno 2014 non vengono più considerati produttori di mine, avendo annunciato una nuova politica che vieta la produzione o l’acquisto di mine antipersona in futuro”. Oggi, la produzione di mine, rimane ancora attiva in quattro paesi: in Corea del Sud, in India, nel Myanmar e in Pakistan.

Il nostro paese, che ha un passato di grande produttore, dopo la ratifica del Trattato di Ottawa, si è impegnato presso il Ministero degli Affari Esteri, con un Comitato interministeriale, allo sminamento umanitario, contribuendo alla bonifica in tanti paesi (Afghanistan, Bosnia, Etiopia, Yemen, Angola, Azerbaijan, Ciad, Laos, Mozambico, Sri Lanka, Sudan ed altri). “I risultati che emergono da questo quadro appaiono positivi – conclude Maurizio Simoncelli – e confermano ancora una volta le grandi potenzialità dell’azione della società civile sui temi della pace e del disarmo. Azione che è riuscita con il suo impegno a porre negli anni ’90 la questione a livello politico internazionale sino ad arrivare al Trattato di Ottawa, che nel corso degli anni ha prodotto risultati positivi crescenti nel tempo”.

Paola Longobardi

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