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Quel terrore libico che preoccupa sempre di più

Aumentano le violenze e con queste i rischi non solo per la popolazione ma anche per gli operatori umanitari e per gli attivisti dei diritti umani. Su Piattaforma Infanzia l’aggiornamento dell’attualità con Diego Carangio, Project Manager Cesvi per la Libia.

Negoziati, diplomazia, risoluzioni, colloqui di pace. Sono le parole più nominate dalla politica internazionale quando si parla di Libia. Ma intanto la popolazione civile continua a morire e i bambini ad essere sempre di più in pericolo e a vedere negato ogni diritto fondamentale. “Gravissima preoccupazione” viene espressa dai referenti della Missione Onu in Libia, Unsmil, che a gran voce chiedono da mesi l’immediata fine delle violenze, degli scontri armati, dei rapimenti. E mentre vanno avanti i colloqui di pace senza ancora trovare una via certa per l’applicazione del cessate il fuoco e per la ripresa della normalità, numerosi sono gli episodi di attentati suicidi avvenuti presso Sirte e Benghazi e le uccisioni di civili e i combattimenti che non fanno più notizia.

Il degenerare della situazione è dimostrato anche dallo stato di insicurezza che vivono gli operatori umanitari. Gruppi armati hanno infatti preso di mira difensori dei diritti umani che cercano di far luce sugli abusi commessi nel paese. A dirlo è il nuovo rapporto delle Nazioni Unite che denuncia attacchi e minacce nei confronti di attivisti e di operatori umanitari. E aumentano i plichi di documenti e testimonianze che riguardano uccisioni, rapimenti, torture e altri maltrattamenti, da maggio 2014 ad oggi, mentre un numero indefinito di pacifisti e promotori dei diritti umani, insieme a persone della società civile, risultano spariti e si spera che siano sono stati costretti solo a nascondersi.

Tenuto conto dei rischi crescenti, delle uccisioni di difensori dei diritti umani di spicco e le minacce ripetute, in molti hanno lasciato il paese, si sono arresi al silenzio o sono costretti a lavorare di nascosto con grandi rischi per se stessi e i loro cari”, è quanto si legge nel rapporto Onu e per approfondire di più la situazione di questi giorni al di là del Mediterraneo, Piattaforma Infanzia ha parlato con Diego Carangio, Project Manager Cesvi per la Libia, che ha sottolineato la pericolosità che si vive in alcune zone calde del Paese e in particolare in quelle dove opera l’organizzazione, ovvero nella Libia occidentale, nell’area di Benghazi, Tripoli e Al Marj. “Cesvi attualmente lavora in circa 30 campi sfollati nell’area ad est di Benghazi, per rispondere ai bisogni del grande numero di sfollati interni, aumentato a seguito dei conflitti iniziati lo scorso novembre”, ci racconta Diego Carangio, il quale ci informa che ad oggi, per questioni legate prettamente alla sicurezza è presente solo lo staff nazionale libico, che comunque collabora con Cesvi da diversi anni.

In questo momento, i bisogni della popolazione sono svariati, e sono legati, ad esempio, alla mancanza di medicinali e ai disagi causati dall’assenza di gasolio e di corrente elettrica”, mettendo in questo modo in serie difficoltà la fetta più giovane della popolazione, compromessa anche dal periodo invernale che si spera finisca il prima possibile. Infatti, tra le attività del Cesvi, insieme a quelle di UNHCR, è compresa la distribuzione di beni di prima necessità fondamentali per affrontare il periodo del freddo.

Ma, “una delle sfide principali – fa sapere il Project Manager Cesvi per la Libiaè garantire l’accesso all’istruzione a bambini e ragazzi. La maggioranza degli sfollati interni ha trovato rifugio presso parenti e conoscenti o nelle comunità locali o riesce a trovare riparo in edifici pubblici, che sono principalmente scuole. La realtà è drammatica: siamo di fronte ad un’intera generazione che non ha accesso all’istruzione”.

Paola Longobardi

 

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