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Ricordando la Shoah: i bambini di Terezin

Erano 15mila i bambini prigionieri del campo. Meno di cento sono stati i sopravvissuti. Nel Giorno della Memoria, Piattaforma Infanzia ricorda le piccole vittime dello sterminio degli ebrei.

Si sente parlare sempre dei campi di sterminio e finché non se ne vede uno dal vivo, la mente costruisce un’immagine propria. Immagine che poi, il più delle volte, si rivela l’opposto di quella che è stata la realtà dei fatti. Perché fino a che non li vedi, certi posti, non sembrano quello che si racconta. Sono molto peggio.

Quando entri a Terezin, metti piede in uno di quei luoghi chiamato ‘campo di concentramento’. Dove si concentrava un gran numero di persone, appunto. Freddezza: è ciò che si avverte all’istante. La stessa utilizzata da esseri umani nei confronti dei suoi simili. L’unico animale, l’uomo, capace di uccidere la propria razza. Senza distinguere neanche tra un adulto e un bambino. Sono stati 15mila, infatti i bambini prigionieri del ghetto. Tra loro anche tanti neonati. I piccoli deportati a Terezin insieme ai genitori erano in prevalenza bambini degli ebrei cechi. La maggior parte di loro morì poi nel corso del 1944 nelle camere a gas di Auschwitz. Dopo la guerra, tornarono vivi poco meno di un centinaio di loro. Lo sterminio degli ebrei, non ha risparmiato alla sofferenza, al dolore e alla fame, neanche i bambini. Costretti alle stesse condizioni degli adulti, inizialmente, i ragazzi e le ragazze che avevano meno di dodici anni abitavano nelle baracche insieme alle donne, mentre i ragazzi più grandi con gli uomini. Il non poter vivere come bambini, ma come prigionieri e il distacco con le famiglie, psicologicamente costituiva un ostacolo più grande della fame stessa. E tutto questo avveniva agli occhi del mondo intero.

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La storia ci racconta che nel 1941 l’intera cittadina ceca di Terezin, nata a fine ‘700 come città fortezza, venne destinata dalla Gestapo a ghetto, diventando un vero e proprio campo di concentramento con funzione di smistamento e transito per gli ebrei destinati ad Auschwitz. I numeri parlano chiaro: sono transitati a Terezin più di 140.000 ebrei, di cui 15mila bambini. Un quarto morì nel campo, principalmente a causa di fame, stress, e malattie. Più di 88.000 furono deportati dal campo verso i ghetti orientali e i campi di sterminio, alla fine della guerra i sopravvissuti erano 17.247, meno di 100 i bambini. Ma quello che si ricorda di Terezin, è il grande inganno che il comandante riuscì a mettere in atto agli occhi, addirittura, della Croce Rossa Internazionale. Nel giugno del ’44, infatti, in vista dei delegati svizzeri in arrivo al campo per verificare le condizioni dei detenuti, fu messo su un vero e proprio programma di abbellimento. Furono aperti dei negozi, costruito un parco giochi per bambini, un auditorium per la musica, piantati alberi e fiori. E per eliminare l’impressione di sovrappopolazione del campo e nascondere gli effetti della malnutrizione, 7.500 ebrei giudicati “impresentabili” vennero deportati ad Auschwitz. Tutti gli altri ‘ospiti’, furono ammaestrati per mettere su un quadretto piacevole della situazione. La visita fu il 23 giugno e durò dalle dieci del mattino alle sei di sera. La delegazione venne guidata dal comandante del campo Karl Rahm e da Paul Eppstein, capo del consiglio ebraico; ai visitatori fu concesso di guardare ovunque e di assistere persino ad uno spettacolo, scritto dal deportato, Hans Krása, ed eseguito dai bambini del campo. Una messinscena ben riuscita, tanto da convincere anche i delegati della Croce Rossa.

Nonostante tutto, c’era chi cercava di alleviare i qualche modo le sofferenze dei più piccoli. Alcune educatrici portarono avanti delle attività, così, i bambini di Terezin sono diventati celebri per le loro poesie. In queste riuscivano ad esprimere il loro stato d’animo e a testimoniare, allo stesso tempo, quanto accadeva lì dentro, ben lontano da quello che si è fatto credere agli svizzeri.

Oggi, queste poesie, fanno parte del patrimonio letterario legato alla Shoah. Anche i disegni parlavano chiaro: rappresentavano la cruda realtà in cui i bambini erano costretti a vivere. Caserme, baracche con i letti di legno a tre piani, i guardiani, i malati, l’ospedale, i trasporti, i funerali, le esecuzioni. Ma malgrado tutto questo orrore, c’era anche la speranza rappresentata nei disegni dei bambini di Terezin. Il ritorno a casa, per esempio. Un ritorno che la maggior parte di loro non ha potuto fare.

Paola Longobardi

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