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Uno dei popoli più perseguitati al mondo: i Rohingya

Bambini che soffrono la fame, cure mediche mancanti, continue discriminazioni e violenze. Una assenza totale di diritti voluta addirittura per legge.

La situazione dei Rohingya è peggiorata nel corso dell’anno. Hanno subito continue discriminazioni aggravate da una sempre più profonda crisi umanitaria, da continui scoppi di violenza religiosa e antislamica. Inoltre, le autorità non hanno affrontato il problema dell’incitamento alla violenza motivato da odio razziale e religioso”. A dichiarare tutto questo, e altro ancora, è Amnesty International nel Rapporto 2014-2015 sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Si stima che siano 139mila le persone, per lo più Rohingya, sfollate nello stato di Rakhine per il terzo anno consecutivo dopo i violenti scontri scoppiati tra buddisti, rohingya e altri musulmani nel 2012. Senza accesso necessario ai servizi primari, la situazione umanitaria è al collasso. Rinchiusi in campi per sfollati, non hanno cibo adeguato e a sufficienza e chi non vive nei campi, è rifugiato in villaggi remoti controllati dalle forze di sicurezza e dalle comunità ostili.

Una situazione, quella della popolazione Rohingya, una delle minoranze più perseguitate al mondo, critica per la sopravvivenza, soprattutto dei bambini. Malattie, mancanza di cibo e acqua, mettono in serio pericolo la vita dei più piccoli, oltre a quella della comunità adulta. Non hanno libertà di movimento né diritti e sono in balia di continue violenze.

La maggior parte di loro vive in Arakan (Rakhine) nello stato del Myanmar, confinante con il Bangladesh e l’India. Dal 2012, ci sono ondate di violenza contro di loro che hanno lasciato lungo la strada centinaia di morti e feriti. Alcuni quando possono tentano la fuga ma spesso cadono in traffici di essere umani, senza sconti per i bambini. Secondo quanto riportato dal Phuket Gazzette, a gennaio sono stati individuati 98 Rohingya trafficati e circa 42 bambini e bambine di età inferiore ai 14 anni tra le vittime di tratta dal Myanmar. Definito come “il popolo meno voluto al mondo”, Amnesty International ne denuncia le violazioni dei diritti. Addirittura nel 1982 è stata varata una legge sulla concessione della cittadinanza. Questa norma stabilisce che i Rohingya non possono prendere la cittadinanza birmana, non gli è consentito di viaggiare senza un permesso ufficiale, non possono possedere terreni e, inoltre, sono tenuti a firmare un impegno a non avere più di due figli.

Una sofferenza che va avanti dal 1978, quando la dittatura militare birmana comincia la repressione, fino ai giorni nostri, che vedono bambini e adulti utilizzati anche come lavoratori-schiavi sulle strade e nei campi militari. Durante il 1991 e il 1992 oltre un quarto di milione di Rohingya è fuggita in Bangladesh e le loro testimonianze riportano le costrizioni subite, ma anche esecuzioni sommarie, torture, e stupri. Nel corso degli anni, migliaia di Rohingya sono fuggiti in Thailandia. Ci sono circa 111mila rifugiati ospitati in 9 campi lungo il confine tra Thailandia e Myanmar, ma non sono accettati neanche lì.

Nel febbraio 2009 l’esercito thailandese ha trainato una barca di 190 profughi Rohingya verso il mare, chi è riuscito a salvarsi, ha denunciato le violenze subite. Il 16 ottobre 2011, il nuovo governo della Birmania ha accettato il ritorno dei rifugiati Rohingya. Tuttavia, la violenza, la persecuzione e i disordini nella comunità continuano senza sosta contro la minoranza. Il 7 maggio 2014, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione, sollecitando il governo della Birmania a porre fine al calpestamento dei diritti umani e il rispetto dei Rohingya riconosciuti a livello internazionale tra le minoranze etniche e religiose in Birmania (A.RIS. 418; 113 ° Congresso). Il governo statunitense ha invitato il governo della Birmania a porre fine alla discriminazione e alla persecuzione. Ma il mondo sta ancora aspettando.

Paola Longobardi

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