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Gli approfondimenti di piattaforma infanzia

Network multimediale di informazione e cultura per l'infanzia e l'adolescenza Numero 9 marzo 2017

3. Abbandono, partecipazione educativa e investimenti in Istruzione: numeri a confronto

L’abbandono scolastico in età minorile è un problema complesso direttamente legato ad una molteplicità di fattori di natura socio-economica, personale e familiare, spesso interconnessi tra loro. Una serie di problematiche che presuppone un approccio onnicomprensivo a livello istituzionale, tanto nazionale quanto a livello dell’Unione Europea. Non a caso, quest’ultima ha posto l’abbandono scolastico e la lotta alle cause che lo determinano come punto centrale della sua azione politica. L’istruzione rappresenta il cuore della strategia europea 2010-20 “Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”. Alcuni dei benchmark introdotti da questo manifesto politico europeo sono incentrati sulla lotta all’abbandono e la dispersione scolastica in età minorile, così come al miglioramento della partecipazione dei bambini all’istruzione prescolastica. L’UE ha l’obiettivo di ridurre il tasso di abbandono scolastico ad un livello inferiore al 10% e garantire l’accesso alle strutture educative per l’infanzia ad almeno il 95% dei bambini entro il 2020. A tre anni dal completamento di questa strategia decennale, si possono iniziare a valutare l’impatto delle politiche da essa scaturite e i risultati conseguiti a livello regionale.

Nel suo complesso, l’UE ha migliorato la sua situazione raggiungendo nel 2015 un tasso di abbandono scolastico medio dell’11% dal 13.9 del 2010 (Tavola 1), con diversi Paesi già capaci di raggiungere i target prefissati, tanto nazionali quanto regionali, e altri che hanno diminuito in maniera sostanziale il proprio gap[1]. I Paesi che ottengono i risultati maggiormente lusinghieri sono la Croazia e la Polonia con tassi rispettivamente, nel 2015, del 2.8 e del 5.3 per cento. Paesi dove l’abbandono scolastico costituiva fonte di enorme preoccupazione come in Spagna e Portogallo, con tassi del 28.2 e 28.3 per cento solo nel 2010, anche se ancora lontani dal target UE del 10 per cento, hanno comunque migliorato la propria performance scendendo nel 2015 rispettivamente al 20 e 13.7 per cento. La maggioranza dei Paesi UE, inclusi Paesi come Francia e Germania, sono in linea o hanno raggiunto i target nazionali o regionali prefissati. Rimane indietro l’Italia che nonostante un leggero miglioramento, e nonostante il conseguimento, già nel 2015, del proprio target nazionale (16 per cento), è ancora lontana dai target UE, con il 14.7 % di ragazzi privi di un diploma di scuola secondaria inferiore. In una situazione analoga si trovano Paesi come la Romania, Malta o l’Islanda (Paese Efta), tutti con tassi superiori al 15%, segno di politiche inefficaci a riguardo. Se, da un lato, questo andamento è certamente positivo e auspicato dall’UE, dall’altro potrebbe essere legato alla crisi economica contingente, soprattutto in Paesi dove elevati tassi di disoccupazione potrebbero aver spinto ragazzi in età minorile a continuare gli studi[2], in mancanza di opportunità valide di lavoro.

Il fenomeno dell’abbandono scolastico colpisce in maniera più rilevante i ragazzi (Tavola 2). Nonostante una diminuzione del fenomeno costante negli ultimi anni, che riguarda entrambi i sessi, i ragazzi rimangono lontani dal target UE del 2020 con quasi 2.5 percentuali in più. Contrariamente a ciò, le ragazze hanno già raggiunto i target stabiliti dall’UE sin dal 2014. Sono soprattutto i Paesi del sud d’Europa ad avere le performance peggiori a riguardo, come Spagna, Italia e Portogallo, con rispettivamente il 24, 17.5 e 16.4 per cento nel 2015. Anche qui sono molteplici le motivazioni. Secondo i dati forniti dall’UE, i ragazzi tendono ad ottenere voti peggiori e a ripetere più spesso gli anni scolastici rispetto alle ragazze[3].

*Le percentuali riportate sono relative al 2015 e ai target 2020.

Partecipazione all’educazione della prima infanzia.

Il secondo obiettivo che riguarda il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza nella strategia europea 2020 è il raggiungimento del 95% dei bambini in età prescolare iscritti in percorsi educativi ad hoc[4] (Tavola 3). C’è un consenso generale a livello dell’Unione Europea sull’importanza di rendere universale l’accesso a programmi educativi specifici per l’infanzia. Questo perché una partecipazione anticipata è direttamente legata alla diminuzione dello stesso abbandono scolastico e alla capacità di affermazione dei bambini una volta raggiunta la vita adulta. Anche in questo caso, l’Europa complessivamente sembra non essere lontana dal target che si è data, avendo raggiunto, nel 2014, il 94.3 per cento dei bambini iscritti a programmi educativi della prima infanzia. Un dato ancora più positivo se si considera che, solo una dozzina di anni prima, registrava l’87.7 per cento. Sono 13 i Paesi a livello europeo che non sono riusciti a raggiungere livelli di partecipazione adeguati, sotto la soglia del 90 per cento. Particolarmente bassi sono i risultati ottenuti da Croazia e Slovacchia con il 72.4 e il 77.4 per cento. Sono invece 13 i Paesi UE che hanno già raggiunto in largo anticipo i target stabiliti. La Francia che, unica in Europa, vanta una partecipazione pressoché totale (100 per cento) dei bambini a programmi della prima infanzia. Seguono Lussemburgo, Regno Unito, Belgio e Danimarca, con rispettivamente il 98.4, 98.2, 98.1 e 98.1 per cento. Le motivazioni che portano alla diversità di risultati tra Paesi sono molteplici e spesso complementari. La sostenibilità economica, la facilità di accesso ai servizi e l’età di inizio dell’istruzione obbligatoria spesso agiscono in concomitanza a fattori socio-economici.


Un’analisi pluriennale dei dati offre spunti ulteriori di riflessione. Sebbene i numeri assoluti positivi, il trend europeo di miglioramento non riguarda tutti i Paesi. Sono molti, infatti, quelli che negli ultimi anni hanno peggiorato i propri risultati (Tavola 4). Tra questi spicca l’Italia che solo nel 2008 registrava valori assoluti di partecipazione come la Francia (100 per cento) e che da allora ha subito un declino fino al 96.5 per cento del 2014.

Simile la situazione della Spagna, che dal 99.3 per cento del 2005 è passata al 97.1 del 2014. Peggiorano anche i risultati di alcuni Paesi dell’Est Europa, come Slovacchia, Repubblica Ceca ed Estonia, con quasi 10 punti percentuali in meno. Altalenanti i risultati del Regno Unito. La disuguaglianza di genere non sembra essere un fattore rilevante nella partecipazione di genere a programmi educativi della prima infanzia. Al contrario sembra esserlo l’estrazione socio-economica dei bambini con alcuni gruppi vulnerabili, come Rom e migranti, che ottengono risultati più bassi rispetto ai loro coetanei[5]. La partecipazione a programmi educativi prescolastici permette a bambini che provengono da situazioni familiari svantaggiate di poter, ad esempio, migliorare le competenze linguistiche fondamentali tra i migranti di prima generazione.

Istruzione al centro della politica UE? Analisi degli investimenti di settore.

Gli investimenti europei in materia di istruzione a livello regionale hanno subito una decelerazione lenta, ma costante, negli ultimi anni per ripartire solo nel 2014, anno degli ultimi rilevamenti disponibili. Nel 2010, l’UE investiva nel settore quasi 674 milioni di euro l’anno (Tavola 5). Da allora, gli investimenti, come detto, sono calati nell’ordine dell’1 per cento fino al 2014, quando sono risaliti a quota 688. Tra i principali Paesi dell’Unione Europea, risalta il ruolo della Germania, l’unico ad aver mantenuto e in qualche caso aumentato, a partire dal 2010, la spesa pubblica in materia di Istruzione. Paesi del Sud d’Europa come Spagna e Italia sono tra quelli che hanno diminuito in maniera più sostanziale la spesa. La Spagna con punte del 6.3 per cento su base annua nel 2012; l’Italia con il 4.5 per cento nel 2011. Si può notare come Italia e Spagna siano anche tra i Paesi che hanno evidenziato un peggioramento dei risultati che riguardano l’accesso dei bambini ai programmi educativi per l’infanzia. Da rilevare la situazione del Regno Unito che, dopo anni di disimpegno, è tornata ad investire convintamente con percentuali in aumento su base annua del 3.9 e 1.6 rispettivamente nel 2013 e nel 2014.

Se la percentuale di spesa pubblica media nell’Ue riguardo all’Istruzione si aggira intorno al 5 per cento del prodotto interno lordo, è anche interessante notare la percentuale di spesa in rapporto al totale della spesa pubblica (Tavola 6). L’Istruzione vale il 10% della spesa pubblica totale in Europa, un valore sostanzialmente stabile negli ultimi anni (10.2 nel 2014). I maggiori Paesi europei, investono tutti meno di questa percentuale tranne il Regno Unito, dove l’Istruzione rappresenta quasi il 12 per cento della spesa totale pubblica. L’Italia è il Paese che investe meno a riguardo, non solo tra i maggiori Paesi, ma all’interno di tutta l’Unione Europea, con percentuali in discesa dall’8.3 per cento, registrato nel 2011, al 7.9 per cento del 2014. I Paesi che investono maggiormente sono i Paesi Baltici, Lituania, Lettonia ed Estonia, dove l’Istruzione vale rispettivamente il 15.5, il 15.8 e il 14.7 per cento della spesa pubblica.

[1] Fonte Eurostat. Dati estratti il 26/01/2017. Regno Unito, Islanda, Norvegia e Svizzera non hanno comunicato target specifici per il 2020. Nella tabella non sono inseriti i dati relativi a Cipro e Liechtenstein. Giovani che abbandonano prematuramente gli studi sono, secondo definizione Eurostat, giovani che hanno completato al massimo il ciclo d’istruzione secondaria inferiore che corrisponde in Italia alla scuola media inferiore.

[2] Education and Training Monitor 2016. European Union 2016.

[3] Gender differences in educational outcomes. Study on the Measures Taken and the Current Situation in Europe. Education, Audiovisual and Culture Executive Agency (EACEA P9 Eurydice), 2010.

[4] La partecipazione a programmi educativi della prima infanzia (ECEC – Early Childhood Education and Care) si riferisce a programmi di varia natura destinati a bambini di età compresa fra i 4 anni e l’inizio dell’età scolastica obbligatoria. Quest’ultima varia in base al Paese di riferimento.

[5] RESL. Policies on Early School Leaving in Nine Countries: a comparative analysis, 2012.

Articoli: Abbandono scolastico e formazione: una sfida europea tutta da vincere

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